mercoledì 25 marzo 2009

La crescita, surrogato moderno della ricerca della virtù

Crescita

di Patrick Deenen, 16/02/2009 [il testo originale è qui, questo è un tentativo di traduzione mia, al volo.]



Nel New York Times Magazine della settimana scorsa, l’economista David Leonhardt ha esposto una delle più succinte spiegazioni a favore della crescita: in modo generale ed implicito avvalora il pressoché universale accordo che riportare l’economia in marcia significa tornare ad una crescita positiva del PIL. Leonhardt scrive:

“Cosa accadrà una volta che il motore sarà riparato e il cuore dell’economia ricomincerà a battere? Come dovrebbe essere riplasmata l’economia americana? Soprattutto, quanto velocemente crescerà?”
“Infatti le conseguenze del tasso di crescita di una nazione hanno un riflesso molto reale: una lenta crescita aggrava tutti i problemi; una crescita veloce aiuta a risolverli. Come ha detto Paul Romer, un economista alla Stanford University, le scelte che determinano il tasso di crescita di una nazione, “rendono insignificanti tutte le altre preoccupazioni di politica economica”.
“La crescita è l’unico modo per un governo per ripagare i suoi debiti velocemente e senza troppa sofferenza, poiché permette un aumento del gettito fiscale senza che le aliquote fiscali debbano salire.
Questo è essenzialmente ciò che accadde dopo la Seconda guerra mondiale: quando la guerrà finì, il debito del governo federale raggiunse il 120 per cento del pil (più del doppio del livello previsto per il prossimo anno), ma la rapida crescita economica degli anni 50 e 60 – più del 4 per cento all’anno, quando nel nostro decennio è stata del 2,5 per cento- rapidamente azzerò quel debito. Nei prossimi 25 anni, se la crescita potesse essere elevata di un solo decimo di punto percentuale all’anno, l’aumento di introito fiscale potrebbe completamente compensare un piano di stimolo da 800 miliardi di dollari.”

Balza all’occhio che in questa esposizione dei benefici positivi della crescita vi sono due tesi connesse fra loro:

1- Alti livelli di indebitamento sono ora necessari per aumentare la crescita;

2- Una crescita rapida aiuterà a ripagare il debito, oltre che a risolvere molti altri problemi.

La circolarità implicita nel nostro momento attuale rivela una verità molto preoccupante riguardo alla nostra attuale condizione economica: la crescita è fondamentalmente generata dall’aggravare ed estendere cattivi comportamenti (così come l’indebitamento), i costi dei quali saranno nascosti dalla crescita economica successiva. Poiché però tali costi continuano ad aumentare -in ogni senso, non solo monetario, ma sociale, ambientale, generazionale- il bisogno di un più alto prezzo economico e sociale per stimolare una maggiore crescita economica, e di una maggiore crescita per giustificare e offuscare tale prezzo, aumenta in maniera esponenziale. Negli ultimi anni la frenetica logica di questa verità ci ha portati nella condizione di un corridore su un tapis roulant fuori controllo, che stia correndo follemente per andare avanti: nel caso migliore resterà nello stesso punto, nel caso peggiore sarà scagliato contro la macchina stessa.
Dobbiamo ripensare profondamente la necessità della crescita in una società moderna.
La crescita, ci è stato detto, è il motore della ricchezza: la crescita economica rende possibile la “indolenza del corpo” che era lo scopo fondamentale della filosofia moderna. Quindi, se la prosperità e il comfort sono l’obiettivo, la crescita è potenzialmente, e spesso di fatto è così, distinta da esso; ma in realtà la crescita in sé diviene il proprio fine, minando la nostra capacità di godere di qualunque “indolenza” (come Weber notava molto tempo fa per l’ “etica protestante”) e si trasforma piuttosto in una convinzione che non ci potrà mai essere uno stato di soddisfazione, ma piuttosto si punterà sempre a qualcosa in più. Come Tocqueville comprese, una delle condizioni centrali della modernità è l’”inquietudine”, la mancanza di riposo.

“durante il migliaio di anni fra il 500 d.C. e il 1500, il pil è cresciuto in media di uno 0.1 per cento l’anno. Pertanto, il volume dell’attività economica nel 1500 era fra il 2.5 e 3 per cento più alto di quanto fosse mille anni prima.
Per avere un paragone, le economie occidentali sono cresciute in termini percentuali nei vent’anni fra il 1950 e il 1970 tanto quanto in quei mille anni..Oggi la crescita del PIL mondiale supera regolarmente il 3 per cento annuo” (p.11 del libro di Romer).

Cos’è cambiato?
La crescita economica è divenuta uno degli imperativi fondamentali nella società moderna in seguito ad un cambiamento nell’orientamento filosofico, teologico e, in modo corrispondente, economico. Prima dell’avvento della filosofia moderna – semplificando, la filosofia politica liberale combinata con le prime teorizzazioni del capitalismo, rappresentate sopra tutti dalla combinazione fra John Locke e Adam Smith- la società era concepita come un organismo in cui si era consapevoli che il lavoro degli individui contribuiva al bene di tutta la società. I pensatori antichi e cristiani spesso descrissero la società nei termini di un corpo, e i suoi membri come parti di un tutto più ampio, le cui vocazioni – letteralmente “chiamate”- orientavano il loro lavoro verso gli scopi della communitas. Tale sentimento è illustrato con chiarezza e forza nella Prima Lettera di Paolo ai Corinzi, 12:12-26:

“Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: "Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse tutto udito, dove l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l'occhio dire alla mano: "Non ho bisogno di te"; né la testa ai piedi: "Non ho bisogno di voi". Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.”

Con questo paragone ad un corpo vivente, i componenti della società erano orientati a vedere il loro lavoro come apporto parziale al bene del tutto. Tale comprensione non era facile né automatica – noi “vediamo come attraverso uno specchio opaco” ci dice San Paolo- ma diventa parte del proprio compito lo sforzo di vederlo sotto questa luce. Siamo sempre e in ogni luogo tentati di pensare a noi stessi come parti di un corpo che possono vivere indipendentemente dal tutto: questa è una parte fondamentale della nostra natura (come direbbero gli antichi) o una conseguenza della Caduta. Il senso di solidarietà sociale è difficile da raggiungere ed è un obiettivo che dev’essere coltivato con cura, attraverso la “caritas” -l’amore per l’altro- vincendo alcuni delle nostre più profonde pulsioni ad un’egoistica e orgogliosa illusione di autosufficienza. Ma non si tratta di una battaglia persa in partenza: anche il combattere e in parte superare il nostro orgoglio costituiscono parte della nostra natura. Una conquista che ci rende simili a Cristo, ma che passa attraverso grandi sforzi e difficoltà.
Un corpo “cresce”, ma in modo organico, lentamente, e ad un certo punto raggiunge una pienezza che non gli permette una espansione ulteriore. Come un corpo, una società che cresce eccessivamente è considerata malata, ripugnante è orribile da vedersi. La filosofia e la teologia antiche sottolineavano il bisogno di mantenere piccole comunità, come il miglior contesto in cui raggiungere la piena misura della virtù. I piccoli contesti incoraggiano la solidarietà, mentre scoraggiano l’illusione dell’autosufficienza: vediamo qui più chiaramente i nostri legami e obblighi, comprendendo il nostro ruolo nella vita della comunità e la nostra connessione alle generazioni passate e future. Allo stesso tempo, le comunità più piccole fanno sì che meno facilmente finiamo per perseguire (o raggiungere con successo) la gloria e ricchezza mondane, quei solventi che distruggono la solidarietà e la virtù. Ci sono maggiori ostacoli alla lussuria, l’avidità, la dissolutezza, e la ricerca della abbondanza materiale, e piuttosto una spinta a vivere modestamente, entro i limiti, coltivando a fondo le virtù della parsimonia, della frugalità e della temperanza.
Cercando di liberare l’individuo dai legami di tali contesti -legami che erano difesi legalmente, culturalmente, e personalmente- i primi filosofi moderni compresero che avevano di fronte una grane sfida: come sostituire il difficile obiettivo della solidarietà sociale? Che “collante” avrebbe tenuto insieme persone d’ora in avanti incoraggiate a indulgere precisamente in ciò che prima erano considerati vizi da condannare: egocentrismo, concupiscenza, lussuria, materialismo, senso di autosufficienza? Consci che una tale società sarebbe stata fragile e facilmente distrutta -vista la propensione umana alla cupidigia- i primi filosofi moderni cercarono una sorta di “rimpiazzo” al coltivare la virtù nella società e attraverso la società. Furono Locke e Smith i primi a individuare nella crescita economica un’efficiente sostituzione alla solidarietà e la virtù.
La liberazione dell’individuo dai lacci di una cultura basata sulla virtù e sulla solidarietà era necessariamente basata sul centrale obiettivo della conquista della natura. Una crescita illimitata e senza fine richiedeva una approfondita capacità di estrarre -con la forza, se necessario (o, per usare l’analogia preferita da Bacone, con la tortura)- i beni del mondo naturale che, senza un intervento umano produttivo, dovevano essere visti allo stesso tempo come limitati e semplicemente “spreco”. Questo divenne il centro del progetto moderno, una fonte sostitutiva della solidarietà che ha spodestato specialmente la religione e il culto del divino come fonte di significato.
Mentre molti difensori di un ordine materialista fanno leva sul fatto che esso rappresenta un distacco dalle violenze confessionali e distruzioni di un’era religiosamente connotata, dobbiamo notare che invece è proprio il nuovo ordine a porre fra le sue premesse la liberazione dei distruttivi poteri dell’uomo sul mondo e la convinzione, assolutamente fideistica, che i benefici della futura crescita economica successiva sono a disposizione di tutti. Si potrebbe allora trarre la “neutrale” conclusione che gli umani in ogni epoca sono sempre portati al peccato, alla divisione, alla distruzione e all’auto-illusione: ma si deve avere presente che il sistema basato sulla fede religiosa sottolinea questo fatto e ricorda questa verità, mentre quello basato sulla fede materialista crede che questa difettosa condizione umana possa essere superata attraverso la prosperità.
Così la filosofia moderna ha cercato di liberarci da qualsiasi concezione della società come “corpo”: è significativo che Adam Smith abbia concepito il mercato -equivalente funzionale della solidarietà, in cui le leggi della domanda e dell’offerta sostituiscono la consapevole considerazione di come il nostro lavoro contribuisca al bene del tutto-nei termini di una sola parte, la “mano invisibile”.
Non c’è più alcun ”insieme”, ma solo “parti” che darebbero incoscientemente un contributo per una parte. Nella nostra separazione, dovremmo perseguire il nostro tornaconto individuale e quindi accrescere il benessere complessivo della società.
Uno dei principali fini della prima filosofia moderna è stato liberare le capacità delle persone per un personale e individuale auto-soddisfacimento, indicando come gli individui avessero bisogno di essere liberati dagli oscurantisti impacci del dover tendere alla virtù e alla solidarietà. Ma come si è detto, la separazione sociale che sarebbe stata raggiunta pensando a noi stessi come individui naturalmente isolati rappresentava una minaccia per il nuovo ordine nascente.
La crescita per produttività avrebbe dato inizio a grandi ineguaglianze per ricchezza e condizioni di vita. Lo smarrimento della consapevolezza che si è solo parti di un tutto ha significato che gli individui, una volta raggiunto il successo materiale, potevano considerarlo come un traguardo varcato unicamente per propri meriti; all’opposto, coloro i quali finivano per essere annoverati fra i “pigri e litigiosi” (nelle parole di Locke) erano da considerarsi come falliti per propria colpa. Una società spaccata dall’autocompiacimento e dal risentimento era un probabile risultato di questa trasformazione filosofica, economica e teologica.
Il rimpiazzo per la solidarietà è stato la crescita. Una società più ricca e produttiva poteva funzionare come un lenitivo per chi aveva mancato di raggiungere il successo materiale degli “industriosi e razionali”, e avrebbe garantito protezione a quelli le cui sostanze accumulate sarebbero state oggetto di invidia in una società più statica composta di tanti individui-monadi. Locke è abbastanza chiaro su questo punto, nel suo famoso Libro V del Secondo Trattato, in cui egli scrive che “gli operai in Inghilterra devono capire come stiano meglio del più potente Re degli Indiani d’America”. Grazie all’ordine economico dinamico, perfino la persona più povera è più ricca del primo esponente di un ordine economico statico. All’insegna dell’idea espressa dalla frase di Reagan di una “marea che alzandosi solleva tutte le barche”, la persona più misera in una società generatrice di nuova ricchezza accetta psicologicamente di placare i potenziali risentimenti nella prospettiva di avere di più, ciò avvenga o meno. La crescita al posto della virtù; il comfort materiale al posto della solidarietà.
Tutto questo ha funzionato bene nella teoria, ma ha dovuto scontrarsi poi con la dura realtà: non c’è una crescita infinita in un sistema chiuso. Con il tempo abbiamo ormai accumulato sufficienti prove dell’intaccamento delle risorse, della devastazione della vita animale e vegetale, della creazione di monti e oceani di rifiuti, della corsa alla ricchezza prendendo a prestito dal futuro, e altre meno misurabili ma non meno evidenti caratteristiche della nostra epoca che senza dubbi derivano dal vizio eccessivo (ossia la prosperità), quali una crescente irresponsabilità e immoralità in ogni aspetto della vita.
Se la crescita economica è fondamentalmente la capacità di usare e sfruttare l’energia in un modo più “produttivo” o “efficiente”, allora l’uso accelerato e crescente dell’energia dovrà aversi comunque, anche se non vi è alcun incremento dell’input di energia giornaliero dal sole. Lo sfruttamento dell’energia deve quindi prescindere da un uso su base annuale (con una concezione dl tempo circolare, in cui le nostre vite sono strutturate in accordo con il ciclo giornaliero del sole, lo scorrere delle stagioni, e i beni naturali possibili entro un costante tasso di ingresso di energia solare) ad un uso su base geologica (e pertanto un cambiamento nella concezione del tempo, da circolare a lineare). In particolare, l’utilizzo dell’energia fossile iniziato nei primi anni del XIX secolo fu il catalizzatore per un esplosione e accelerazione della crescita economica, largamente incontrastata neigli ultimi 150 anni. Questi accumuli concentrati di energia solare premoderna hanno permesso -per un certo tempo- di trascendere i limiti che altrimenti erano imposti dal mondo naturale. Ciò permise inoltre sempre più elevati livelli di liberazione personale, impensabili anche da Locke e Smith, e sempre più radicali manifestazioni di indipendenza individuale dalla società, dai propri simili, da Dio.
La crescita era l’imperativo dell’epoca, e doveva essere perseguita anche se era fondata su false fondamenta di debito impossibile da ripagare. Ora abbiamo un ciclo deflazionario che ci riporta alla realtà -e la nostra risposta è che dobbiamo tornare ad una “sana” crescita economica. Pochi mesi fa ci lamentavamo dello sfruttamento della Terra e il confronto ormai imminente con il problema energetico. Ora invece ci affanniamo per ritornare alla crescita -ignorando, per ora, che ci aspetta in quel caso. Ma non abbiamo scelta: l’unica base per la nostra civiltà è la crescita economica. La consideriamo solo come un condizione economica, mentre ci nascondiamo il fatto che è divenuta il significato della vita stessa per noi moderni.
Leonhardt giustamente nota che la “crescita” ci permette di liberarci di numerosi problemi, ma non arriva alle conclusioni: il mantenere la crescita ha generato più problemi di quelli che la crescita può risolvere, o almeno rimediare. Soprattutto, il nostro affidarsi alla crescita economica ci permette di ignorare le più profonde sfide di raggiungere e sostenere una coesione sociale e le virtà personali e sociali, di dimenticare ogni lezione che le scorse generazioni hanno dovuto imparare. Mentre fronteggiamo un’economia che affonda, la nostra incapacità di gestire gli innumerevoli problemi che ora ci aspettano non è il risultato di un rallentamento della crescita, ma in realtà è proprio un frutto delle condizioni che furono necessarie in primo luogo per farla partire -specialmente lo svuotamento delle capacità di solidarietà e virtù.
Se stiamo entrando in una Nuova Depressione, stavolta sarà senza i vantaggi del più alto grado di solidarietà sociale e di virtù personali e sociali che ancora possedevamo nella nostra ultima Depressione. Possiamo riappropriarcene -per necessità- ma non prima che le peggiori conseguenze della nostra atomizzazione sociale e assenza di virtù abbiano ampia manifestazione in circostanze di deprivazione e bisogno.
Se siamo in effetti di fronte all’emergere dei limiti di una teoria destinata a fallire, dato che non ci può essere una crescita infinita (a meno di divenire come le creature del film “Independence Day”, che saccheggiano pianeta dopo pianeta, avendo reso inabiltabile il loro) -e io penso che ci siano forti indizi che è questo il caso- ci aspettano quindi tempi che ci metteranno alla prova di gran lunga più di quanto prevedano le nostre peggiori analisi economiche. Abbiamo impostato una società sull’abbandono e il rigetto della virtù -rendendo impossibile così riapprendere ciò che è stato dimenticato- e allo stesso tempo abbiamo minato la difficile abitudine alla solidarietà che è sottesa al cuore degli insegnamenti pre-moderni. Disperati dall’evitare le conseguenze della nosta decisione di abbandonare la dura scuola della libertà da raggiungersi con l’autodisciplina, persistiamo nella nostra pretesa ad una libertà senza vincoli, raggiunta con il soggiogamento della natura e con una società votata all’isolamento e all’abbandono della virtù.
Quanto potremo continuare ad illuderci? Si può ipotizzare che ciò avverrà fino all’ultimo momento possibile: quando cioè sarà troppo tardi.

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