mercoledì 25 marzo 2009

"In debt we trust": la prossima bolla?

Un documentario del giornalista investigativo Danny Schechter sul perverso sistema delle carte di credito in Usa: una sbornia di "plastic money" che potrebbe rappresentare il prossimo, e non così lontano, "mostro del videogame" (per citare Tremonti) che l'economia mondiale dovrà affrontare dopo la magagna subprime.

Si noti che è stato girato nel 2006: la situazione era già chiara allora, a chi voleva vedere.

pimp my nation: la de-globalizzazione finanziaria in atto

Da un blog del Council of Foreign Relations: come gli Usa sono rimasti (per ora) a galla, nonostante un deficit enorme: ritirando i fondi americani investiti in giro per il mondo più velocemente di quanto le altre nazioni facciano con loro.
di fatto, uno stop, o la fine, della globalizzazione, ancora decantata dalle ultime orchestrine, e cui i governanti prestano ancora un "lips service" solo formale ormai (PS: qualcuno ha informato i nostri?).

PS non solo gli Usa si riprendono i soldi, ma per giunta, con la prossima enorme emissione di titoli di stato per finanziare le spese in programma, faranno affluire su di sè molte risorse finanziarie dal resto del mondo attirate, nella generale inquietudine della crisi, dalla certezza comunque offerta dalla potenza geopolitica Usa. (ecco un editoriale di TheRealNews sul tema)
questo mettersi al riparo del più forte avrà effetti probabilmente molto dannosi sulle nazioni più povere o con stati deboli (già qualcosa di simile pare sia la causa dei problemi della corea del sud e dell'est europa).

martedì 24 marzo 2009

Is it never OK to eat your pet?

Il Guardian non ne vuol sapere di mettersi a spargere ottimismo, ma ci fa pure dello humour nero:
ai rifugi per animali del Regno Unito, pieni per gli abbandoni dei mesi scorsi , pare che invece ora stiano fioccando molte nuove richieste di affido..specie per i capi più grassottelli..

d'altronde se non ricordo male, era notizia dell'anno scorso che in diversi supermercati erano apparsi in vendita nei reparti surgelati i simpatici ma infestanti scoiattoli grigi. cheap meat, e pure ecologica.
ma siccome gli inglesi sono e restano degli snob, pur mentre sgranocchieranno i loro ultimi canarini, continueranno a considerare noi italiani che mangiamo conigli e cavalli come degli assassini di tenere creature da compagnia.

lunedì 23 marzo 2009

Gaza: almeno il tempo è galantuomo.

Durante l'attacco a Gaza fra dicembre e gennaio è apparso chiaramente, a chi solo anche bazzicava qualche sito straniero, come la copertura giornalistica data dai media italiani era assolutamente priva di qualità, slegata dai fatti e dalle vere notizie che si sarebbero dovute dare, priva di dati e analisi che avrebbero aiutato molti a farsi un'opinione più articolata di uno schieramento acritico sul modello di stolidamente opposte tifoserie calcistiche.

ad esempio, mentre un giornale che si spaccia per autorevole, il corriere della sera, pubblicava con gran risalto per la penna del suo cronista di guerra ufficiale, Lorenzo Cremonesi, articoli che sulla base di personalissime valutazioni a spanne e due testimonianze in croce (pure dubbie) così sovrappensiero buttava lì che le vittime palestinesi erano sì e no 600 invece di oltre 1400(con incredibile unità di smentita sia da parte di hamas che dell'Esercito Israeliano: episodio gustoso nella sua drammaticità, cercherò dei link), il lettore medio quasi nulla ha saputo dell'uso di armi proibite da trattati, di vere e proprie accuse di esecuzioni di civili palestinesi, e parecchio altro.

la stampa in altri stati, pur mantenendo l'obiettività, non ha celato i gravi errori strategico/tattici compiuti dall'esercito israeliano, e ha fin da subito riportato notizie di atrocità commesse durante l'operazione Piombo Fuso. Propaganda anti israeliana? menzogne di hamas? a volte in effetti è difficile separare evangelicamente il grano dal loglio, specie engli scontri in cui entrambi i contendenti sanno di dover sfruttare le armi della propaganda.
Ma la soluzione non è cadere nell'agnosticismo informativo ("sono tutte balle, sono tutti ladri"): un modo empirico di far emergere notizie più vere è quello di attendere.

A distanza di mesi infatti, quelli che erano potevano sembrare solo "rumors", lanciati da reporter di al jazeera, o operatori umanitari occidentali, così diversi dai lindi comunicati dell'ufficio stampa israeliano, stanno purtroppo trovando conferma nelle testimonianze dei palestinesi testimoni e vittime oculari ed anche di molti soldati. Diversi studiosi mondiali di diritto internazionale ritengono che sussista l'esigenza di formare un tribunale internazionale per verificare ciò che non appare inverosimile, ossia che si sia trattato di un'aggressione premeditata da mesi, in violazione di un cessate il fuoco vigente, condotta in diverse occasioni con mezzi e modi tanto illegittimi e letali con i civili quanto inefficaci rispetto agli obiettivi dichiarati (i "terroristi" di hamas), da far pensare per i casi più eclatanti non ad errori, ma a scelte deliberate e consapevoli.

Sul Guardian, come primo titolo: "Guardian investigation uncovers evidence of alleged Israeli war crimes in Gaza (Inchiesta del Guardian scopre prove di presunti crimini di guerra a Gaza)
poi una serie di 3 video e un editoriale che si chiede se Israele sarà chiamato a rispondere (la risposta è...no, in quanto non ha sottoscritto gran parte delle convenzioni internazionali in tema di diritto di guerra).
L'ong Human rights watch ha rilasciato un documento in cui si fa carico anche ad Hamas di violazioni: ma sono accuse ben riportate sulla nostra stampa (lancio di razzi, miliziani dentro le cittadine, vendette su collaborazionisti e avversari politici). Si noti però come non ci sia nessuna traccia di clamorosi fatti dati per assodati dai nostri media (in copertina poco tempo fa su Panorama, ad esempio), quali l'uso da parte dei palestinesi di "donne e bambini legati nelle case per subire più vittime".


Lo svago del lunedì

"Extreme shepherding" in Galles: un'eventuale ritorno all'arte della pastorizia, più l'elettricità, potrebbe avere i suoi lati spassosi..

venerdì 20 marzo 2009

Vie d'uscita?/1: il piano obama

Ecco un articolo del Wall Street Journal, che solleva forti dubbi sul piano Obama, non su base ideologica (come hanno fatto ampiamente i Repubblicani) ma ricordando ciò che era già accaduto in Giappone quando nei primi anni '90 fu colpito da una crisi creditizia e decise di approntare un piano di investimenti "keynesiani" per rilanciare l'economia.

In breve, il risultato fu la costruzione di innumerevoli cattedrali nel deserto, un'inutile innalzare sproporzionate strutture che non favorì alcuna ripresa, ma lascio il paese con uno dei debiti pubblici più sbilanciati al mondo.
nel caso presente inoltre, lo stimulus package è composto anche da una enorme iniezione di liquidità "per salvare il sistema bancario": gli 800 miliardi di dollari già stanziati dal piano Paulson (circa Ottobre 2008) sono finiti. Si dice in questi casi che ogni ulteriore rifinanziamento, per quanto ingente, sia come "versare acqua in un lavandino": tutto sarà inghiottito, se le premesse che hanno causato il problema restano, come sono, invariate.
Ma quanto gli Usa possono andare avanti così, ripianando ogni 3-4 mesi i buchi che il sistema continua a riformare, mentre la loro economia reale nel frattempo è in brusca frenata (con il conseguente calo di gettito fiscale)? Quante risorse restano per nuovi investimenti in infrastrutture e "ricerca verde"?
Per di più, pur concedendo doti soprannaturali ad Obama, che in fondo è simpatico, sappiamo bene che un'assemblea di politici chiamata a spendere denaro pubblico tende a identificare il bene comune con il proprio, o dei propri finanziatori. E ciò pare sia avvenuto qui, con l'approvazione di uno zibaldone di voci di spesa le più disparate, opere di dubbia utilità, concessioni ad aziende che dovrebbero invece fallire perché fuori mercato, etc.
(Anche in Usa i politici non scherzano quanto a sfruttare la loro posizione: il successore di Obama al seggio in Senato è stato accusato di aver messo all'asta il posto liberato dal novello Presidente).
Per avere contezza visiva dei ridottissimi margini di manovra lasciati allo Stato americano, un utile grafico del rapporto Debito-Pil Usa:




Barack Obama San


DECEMBER 16, 2008

As January 20 nears, Barack Obama's ambitions for spending on the likes of roads, bridges and jobless benefits keep growing. The latest leak puts the "stimulus" at $1 trillion over a couple of years, and the political class is embracing it as a miracle cure.

Not to spoil the party, but this is not a new idea. Keynesian "pump-priming" in a recession has often been tried, and as an economic stimulus it is overrated. The money that the government spends has to come from somewhere, which means from the private economy in higher taxes or borrowing. The public works are usually less productive than the foregone private investment.

In the Age of Obama, we seem fated to re-explain these eternal lessons. So for today we thought we'd recount the history of the last major country that tried to spend its way to "stimulus" -- Japan during its "lost decade" of the 1990s. In 1992, Japanese Prime Minister Kiichi Miyazawa faced falling property prices and a stock market that had sunk 60% in three years. Mr. Miyazawa's Liberal Democratic Party won re-election promising that Japan would spend its way to becoming a "lifestyle superpower." The country embarked on a great Keynesian experiment:

WSJ Asia editorial page editor Mary Kissel says massive "stimulus" plans didn't help Japan. (Dec. 18)

August 1992: 10.7 trillion yen ($85 billion). Japan passed its largest-ever stimulus package to that time, with 8.6 trillion yen earmarked for public works, 1.2 trillion to expand loan quotas for small- and medium-sized businesses and 900 billion for the Japan Development Bank. The package passed in December, but investment kept falling and unemployment rose. By the end of the year, Japan's debt-to-GDP ratio was 68.6%.

April 1993: 13.2 trillion yen. At exchange rates of the day, this was a whopping $117 billion giveaway, again mostly for public works and small businesses. Tokyo erupted into domestic politicking over election practices, the economy went sideways, and the government fell. New Prime Minister Morihiro Hosokawa floated tax cuts, deregulation and decentralization to spur growth. But as the economy worsened -- inflation-adjusted GNP shrank 0.5% in the April to June quarter -- the political drumbeat for handouts increased.

September 1993: 6.2 trillion yen. Mr. Hosokawa announced a compromise "smaller" stimulus of $59 billion, along with minor deregulation. He dropped plans for an income-tax cut. The stimulus included 2.9 trillion yen in low-interest home financing, one trillion yen for "social infrastructure," and another trillion for business. The economy didn't respond. By the end of the year, Japan's debt-to-GDP reached 74.7%.

Is any of this beginning to sound familiar? There's more.

February 1994: 15.3 trillion yen. This stimulus included 5.8 trillion in income-tax cuts, 7.2 trillion in public investment, 1.5 trillion for small business and employment-support, 500 billion for land purchases and 230 billion for agricultural modernization. The income tax cut was temporary, effective only for 1994. The economy stagnated and Prime Minister Hosokawa resigned amid a corruption scandal. By the end of the year, debt-to-GDP was 80.2%.

September 1995: 14.2 trillion yen. The Socialist government of Tomiichi Murayama, with a wobbly coalition, rolled out a $137 billion whopper, with 4.6 trillion in public works, 3.2 trillion for government land purchases, 1.3 trillion in business loans, and more. Mr. Murayama resigned in early 1996, and in June Prime Minister Ryutaro Hashimoto agreed to raise consumption taxes to 5% from 3%, starting in April 1997, to reduce the fiscal deficit.

In 1994 and 1995, Japan spent 3.1% and 2.9% of its annual GDP, and (helped by central bank easing) the economy did respond with modest growth for about two years. Debt-to-GDP hit 87.6%.

April 1998: 16.7 trillion yen. When growth starting slowing again, the re-elected LDP turned to old medicine: 7.7 trillion yen for public works. The $128 billion grab-bag also included 2.3 trillion for the disposal of bad loans. The government announced four trillion yen in (again) temporary income-tax cuts, spread over two years. Mr. Hashimoto resigned in July after voters registered their discontent at the polls.

November 1998: 23.9 trillion yen. Desperate to get the economy moving, Prime Minister Keizo Obuchi rolled out the country's largest-ever stimulus, valued at $195 billion. The giveaway included 8.1 trillion yen in social public works, 5.9 trillion for business loans, one trillion for job-creation programs, 700 billion in cash handouts to 35 million households, and more. By the end of the year, debt-to-GDP hit 114.3%.

November 1999: 18 trillion yen. In a "last push," Mr. Obuchi's government spent 7.4 trillion yen to prop up businesses, 6.8 trillion yen for social infrastructure projects like telecommunications and environmental projects, and two trillion yen for housing loans, among other things. Debt-to-GDP reached 128.3%.

Japan's economy grow anemically over that decade, but as the nearby chart shows, its national debt exploded. Only in this decade, with a monetary reflation and Prime Minister Junichiro Koizumi's decision to privatize state assets and force banks to acknowledge their bad debts, did the economy recover. Yet recent governments have rolled back Mr. Koizumi's reforms and returned to their spending habits. But Japan does have better roads.

Now we're told that a similar spending program -- a new New Deal -- will revive the U.S. economy. How do you say "good luck" in Japanese?

giovedì 19 marzo 2009

ah ah ah.




notiziona scoop del Corriere della Sera: toh, obama (forse eh, non sbilanciamoci)è morto da anni!
..povera informazione.dovevano arrivare i soliti "Esperti Americani" per notare la sottilissima filigrana delle incongruenze nei "messaggi" dell'allegro sceicco, i flebili indizi quali una barba che cambiava colore, nonché una faccia decisamente diversa, o riportare finalmente che già nel 2007 Benazir Bhutto, giusto prima di essere assassinata, lo dava per defunto? solo per citare alcuni degli elementi più evidenti dei forti dubbi sulla quasi mitologica figura di osama.

Ecco l'articolo in cui il sempre ineffabile guido olimpio scrive:


Dubbi dagli Usa: «Osama è già morto»


Perplessità anche sui contenuti dei messaggi diramati negli ultimi tempi

Mancano testimoni diretti, dubbi sulle tracce audio: potrebbero essere state fabbricate appositamente

WASHINGTON – Che la «voce» stanca attribuita ad Osama parli della Somalia non è una sorpresa. Il territorio africano, non da oggi, è un piccolo avamposto di jihadisti e simpatizzanti qaedisti. Vi operano diverse organizzazioni islamiste, non c’è un controllo dei confini, è un rifugio ideale. Solo pochi giorni fa un kamikaze si è fatto esplodere tra i turisti nello Yemen: la polizia ha scoperto che si era addestrato proprio in Somalia. Negli Usa l’Fbi sta indagando sul flusso di militanti americani di origine somala verso il loro Paese. Sono stati arruolati a Minneapolis, in Oregon e California, poi sarebbero entrati in formazioni armate attive in Somalia. Uno di loro è morto come attentatore suicida. Ancora: voci non confermate hanno parlato della presenza in Somalia di Ayman Al Zawahiri. Dunque un ricco dossier che giustifica l’interesse di Osama.

I DUBBI DEGLI ESPERTI - Ma il punto è un altro. Molti, anche negli Usa, sono convinti che Bin Laden non sia più tra noi. Il fondatore del qaedismo sarebbe morto anni fa per cause naturali o come, sostenne Benazir Bhutto (anche lei non c’è più) assassinato da un militante. A sostegno di questa tesi qualche esperto americano – serio - ricorda come non esistano da tempo immemorabile avvistamenti di prima mano: un testimone che è sicuro di averlo visto in una data precisa, in un luogo preciso. L’ultima segnalazione, vaga, parla della presenza di Bin Laden nella regione di Chitral (Pakistan). Il classico ago nel pagliaio. Gli stessi esperti – che non appartengono all’area dei cospirativi - sono convinti che le registrazioni siano dei falsi elaborati al computer.

NON CI SONO PROVE - Sono stati fatti studi a riguardo, eseguite comparazioni. La Cia afferma, quasi sempre, che la voce è «attribuibile» ad Osama. Gli esperti ribattono, dati alla mano, che non si può avere la prova certa. Con questo non si vuol dire che sia stata per forza l’intelligence Usa a fabbricare i «tapes» – anche se in tanti lo pensano – ma potrebbero anche essere il frutto di una manipolazione dei seguaci di Bin Laden. Per non parlare poi del famoso video del 2007 dove chiaramente c’era stato un ritocco grossolano della barba. Esistono, poi, perplessità sui contenuti dei messaggi, non sempre in linea con il «vecchio» Osama. Infine le valutazioni «militari»: l’influenza di Osama è calata in modo netto così come il suo movimento ha perso i pezzi. Tanto è vero che la «voce» sembra più quella di un commentatore – che spazia da Gaza a Mogadiscio – che quella di un raìs. Nel senso che parla. Parla e basta.

LA CASA BIANCA - Interessante la recente valutazione ufficiale statunitense. Il segretario alla Difesa Robert Gates per spiegare la difficoltà di scovare il capo qaedista ha fatto paragoni con il passato. Ricordate – ha detto martedì – che per catturare l’Unabomber americano ci sono voluti 17 anni malgrado si nascondesse sul territorio statunitense. Pensate ancora – ha aggiunto – all’impossibilità di recuperare gli ostaggi americani in Libano, tenuti in catene per anni. Poi una battuta: «Trovare i terroristi è davvero duro. Penso che la gente veda troppi film». Quindi la «voce» di Osama ci accompagnerà ancora per molto.


19 marzo 2009