giovedì 22 dicembre 2011

La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa

da


di Maurizio d'Orlando

L’Europa non sta bene. Anche i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) soffrono. Ma chi sta peggio sono gli Stati Uniti, dove il costo dei salvataggi bancari è di 30mila miliardi. La crisi economica attuale è il fallimento del modello culturale keynesiano e del falso mito della globalizzazione. È urgente riportare nell’economia i concetti di “responsabilità individuale e collettiva” e di “giustizia retributiva”.

Milano (AsiaNews) - Ormai da mesi l’attenzione dei mercati finanziari e dell’informazione economica è focalizzata sull’Europa più che su altre parte del mondo. È stata in primo luogo la situazione in Grecia, poi negli altri Paesi minori ai margini del continente, poi l’Italia ed in seguito la Francia, il cui merito del debito pubblico è a rischio declassamento da parte delle agenzie di valutazione come Moody’s e Standard and Poor's. Quest’ultima poi la settimana scorsa ha avvertito che il declassamento potrebbe toccare in massa 15 Paesi dell’area euro, una mossa davvero senza precedenti, che potrebbe portare ad una situazione d’insolvenza per molte banche europee. A rischio, in prospettiva, c’è anche la Germania e la stessa Banca Centrale Europea, la BCE. Non meraviglia, perciò, che l’euro si sia indebolito rispetto ad altre valute ed in particolare rispetto al dollaro.

L'Europa

C’è forse una guerra di Moody’s e Standard and Poor's contro l’Europa e le banche europee? Non ci è possibile escluderlo, anche se la fragilità costituzionale e la complessità della costruzione dell’euro è evidente. Altrettanto chiaro è che le risorse di cui si discute in Europa sono davvero scarse rispetto alle dimensioni del problema: il fondo “salva stati”– che sarà gestito dalla Bce – sarà di appena 500 miliardi di euro: una goccia rispetto alle dimensioni del debito pubblico dei vari Paesi europei, senza contare quello delle imprese, delle famiglie e quello delle banche e società finanziarie.

Anche dal punto di vista istituzionale le perplessità non sono poche. A rischio in questo campo è l’idea stessa di identità e legittimità costituzionale, la libertà dei suoi popoli, su cui si è fondata per secoli l’Europa. Due Paesi sono stati commissariati, privati del diritto di esprimersi mediante referendum o le opportune elezioni. Il presidente del Consiglio d’Europa, van Rumpuy, un funzionario non eletto, così aveva chiesto e così è stato fatto ad esempio nel suo incontro l’11 novembre scorso, con il presidente della Repubblica italiana Napolitano, così è stato fatto. Al vertice dei governi di Grecia ed Italia, sono stati insediate due persone, Monti e Papademos, che avevano ricoperto importanti incarichi con un passato in Goldman Sachs, una delle più grandi d’affari del mondo.

L’agenda dei loro Parlamenti è stata dettata nei minimi dettagli dalla Bce, un consorzio di banche centrali espressione del mondo delle banche private. Non termina tutto qui, però: l’Europa si avvia a modificare i trattati costitutivi della Ue. Mediante l’unione fiscale verranno introdotte pesanti penali automatiche determinate per via amministrativa da dei funzionari non eletti. Per tentare di salvare l’euro vanno di fatto nel dimenticatoio sia il principio della sovranità popolare che quello della libertà ed autodeterminazione dei popoli, oltre che le diverse identità storiche e culturali. Nonostante tutto ciò, è improbabile che si riuscirà a salvare dal disfacimento la moneta unica europea.

La Gran Bretagna

Altrove la situazione non è però migliore. Al di fuori dell’area dell’euro, sembrerebbe forse navigare in acque più tranquille la Gran Bretagna, ma è solo perché i riflettori sono puntati altrove. Il peso della finanza sull’economia del paese, il peso dell’indebitamento totale (pubblico, delle famiglie, imprese e finanza, finanza) è ben superiore a quello della media della zona euro, veleggia verso un po’ meno del 500% del Pil, appena al di sotto di quello giapponese. Lo ha fatto notare, forse poco graziosamente, Christian Noyer, governatore della Banca di Francia e membro del consiglio della Bce [1]. Quanto sia probabile che il governo Cameron vada oltre il mese di aprile non sappiamo dire. Delle difficoltà del Giappone AsiaNews ha già detto ieri [2].

La Cina e i Paesi del Bric

Della Cina AsiaNews ha riferito spesso (anche ieri [3]). Il segno più evidente delle sue difficoltà è dato dal crollo della bolla immobiliare e delle tante manifestazioni di protesta che si susseguono nel Paese. Il quadro, però, più chiaro del precipizio sul cui orlo si trova l’economia cinese è stato dal prof. Larry Lang [4] : se si considera il debito delle provincie e delle imprese statali - ha affermato - la Cina “è sull’orlo della bancarotta”.

Anche gli altri paesi del gruppo Bric (Brasile, Russia, India, Cina), si trovano in una situazione critica. L’India ha un deficit commerciale di circa 10 miliardi di dollari [5] Usa al mese, pari al 7 – 8 % del Pil su base annua ed ora stanno venendo a mancare i flussi finanziari che lo contro-bilanciavano: le rimesse degli emigrati, a causa delle crisi politiche in Medio Oriente, l’esportazione di servizi ai Paesi occidentali, a causa della crisi, ed ora il deflusso dei capitali speculativi. Una crisi valutaria prosciugherebbe le riserve in poco tempo.

Il Brasile ha anch’esso un deficit commerciale ed in più un tasso di cambio ampiamente sopravvalutato a causa dell’afflusso di capitali speculativi che è probabile cambino presto direzione. Inoltre il Brasile comincia a risentire del rallentamento della domanda cinese di minerali e derrate agricole. Una crisi valutaria rischia di far scoppiare la bolla della crescita trainata dalle esportazioni e di spingere il gigante sudamericano in una profonda recessione della sua economia.

La Russia ha un debito totale basso (d’altra parte è un paese che nel secolo scorso ha avuto ben tre insolvenze sul debito sovrano, un record finora imbattuto in epoca recente), ma ha una struttura industriale in declino. Si salva solo grazie all’esportazione di energia e questa per ora sembra tenere.

L’abisso degli Stati Uniti

Da questo quadro delle maggiori economie manca un elemento fondamentale e sembra per la verità sia sfuggito al radar dell’informazione economica internazionale: è scomparso l’elefante, gli Stati Uniti.

Il confronto tra Europa e Usa si riassume in queste due cifre, diverse ma entrambe riferibili a manovre di salvataggio. Mentre oggi si cerca con fatica di approvare il fondo “salva stati” – per 500 miliardi di euro – l’intervento finanziario negli Usa, deciso nei pochi mesi a cavallo tra l’autunno 2008 e l’inverno 2009, è stato pari 30mila miliardi di dollari , grosso modo due volte il Pil, il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un anno negli States. Ad esso vanno ad aggiungersi la QE1 della Fed, lo “Stimolo”, il pacchetto di incentivi e di spese per lo “sviluppo” dell’economia approvato da Obama appena insediatosi alla Casa Bianca, la QE2 e l’operazione “Twist” sempre della Fed. Nonostante tutto ciò, il tasso di disoccupazione ufficiale è attorno al 9 % (era la 5 % nel 2008 prima della crisi), mentre quello autentico, calcolato in base ai più reali parametri ufficiali in uso fino al 1994, è pari ad oltre il 22 % [6]; l’inflazione è al 4 % (quella reale, con le metodologie più veritiere del 1990) è al 7 % mentre con i parametri del 1980 è circa il 12 % [7] ); ed infine la crescita del Pil ufficialmente è inferiore al 2 % – dunque, la ripresa dalla recessione ufficialmente non c’è ancora – ma in realtà il valore è negativo, pari a un - 3 % [8]. È un fallimento di proporzioni inaudite, e lo è in primo luogo per il suo costo, le manovre di cui è detto. Non sono solo cifre, sono una dato concreto visibile nelle città americane, riconoscibile nel numero molto basso di nuove costruzioni che, dal picco precedente la crisi, non si è mai ripreso [9], ed evidenziato dalla debolezza dei prezzi sul mercato immobiliare.

Fallito un modello culturale

Soprattutto è un fallimento che non è imputabile solo ai politici, alla finanza o alle banche centrali, ma ad un modello culturale. È, perciò, un fallimento che il mondo tutto, anche la gente comune, non vuole riconoscere nelle sue cause, perché è stato un sogno troppo bello e suadente. Per questa ragione è stato un modello culturale, quello della modernità contemporanea, che ha goduto di un grande consenso. È in primo luogo il fallimento del keynesianesimo, il modello economico adottato dalla Fed negli ultimi 50 anni, ed a seguire dalle banche centrali e dai governi di tutto il mondo a partire dal 1960, da quando cioè è stato messo in soffitta il principio del pareggio di bilancio. È un fallimento in tutte le sue varianti sia di sinistra fabiana (dove sono le sue origini), che di centro, il modello “renano” e l’economia sociale di mercato, che di destra.

Keynesiana è stata infatti anche la “supply side” reaganiana (che pure ha corretto gli eccessi ereditati dell’emergenza rooseveltiana – l’aliquota massima delle imposte prima di Reagan era pari al 75% del reddito) perché non ha certo mirato alla compatibilità di lungo termine, il debito sostenibile: il tasso d’incremento della spesa pubblica è stato inferiore ad epoche precedenti, ma pur sempre del 3 % annuo.

Keynesiana, a dispetto delle apparenze e delle etichette, è stata anche la lunga stagione di espansione monetaria di Alan Greenspan, il governatore della Fed prima di Bernanke. Alla luce dei fatti, la crescita del debito a lui imputabile, non è che una che delle varianti del keynesianesimo. In questo senso sia il monetarismo – pochi lo ricordano, ma anche Milton Friedman era d’accordo con Keynes – che le “aspettative razionali” della “scuola di Chicago” sono keynesiani.

Keynesiano è Bernanke, come Krugman e Stiglitz, i due consiglieri economici di Obama (come, per altro, è anche il nuovo primo ministro italiano, Mario Monti, allievo di James Tobin, quello della Tobin tax).

Il frutto avvelenato della globalizzazione

Soprattutto, la crisi attuale è il frutto avvelenato della globalizzazione, l’utopia liberoscambista fatta di furbizie mercantiliste cinesi e mercatismo finanziario americano. È, cioè, conseguenza del furto di sovranità imposto al mondo a partire dal 1994, con la costituzione del Wto, l’Organizzazione del Commercio Mondiale. Erano passati 50 anni esatti dagli accordi di Bretton Woods del 1944, da quando era stato dato al dollaro ed alla Fed il ruolo che era stato in epoche precedenti dell’oro. Si formava così una combinazione infernale. Da una parte, la moneta cartacea priva – a partire dal 1971 / 1973 – di ogni contenuto e riferimento reale e, dall’altra parte, la produzione di beni privi di individualità territoriali e culturali.

La soluzione sarebbe il ripristino sia del concetto di responsabilità individuale e collettiva che del principio di giustizia retributiva, il “suum cuique tribuere” [10] , cui i cristiani aggiungono la “caritas” non intesa semplicemente come carità ma come spiegato da San Paolo [11].

Il mondo ama però troppo i suoi errori economici e le sue false teorie, anche quando si dimostrano fallimentari. È così che ci avviamo verso un collasso senza precedenti. Non si parli, però, della profezia Maya: essa non c’entra. Sarà solo una questione di responsabilità umane.


1 - Vedi: Irish – Allain, 14/12/2011, Reuters, ECB's Noyer says French downgrade "not justified", http://www.reuters.com/article/2011/12/15/us-noyer-ratings-idUSTRE7BE05I20111215
2- Vedi: AsiaNews, 15/12/2011, Crisi in Europa, il Giappone perde fiducia nei mercati http://www.asianews.it/notizie-it/Crisi-in-Europa,-il-Giappone-perde-fiducia-nei-mercati-23449.html
3- Vedi: B. Cervellera, 15/12/2011, AsiaNews, Il Natale dell’emergenza, http://www.asianews.it/notizie-it/Il-Natale-dell’emergenza-23445.html
4 - Vedi: 30/11/2011, AsiaNews, Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando” http://www.asianews.it/notizie-it/Docente-cinese:-%E2%80%9CLa-nostra-economia-%C3%A8-sull%E2%80%99orlo-del-baratro.-Pechino-sta-barando%E2%80%9D-23316.html
5 - Vedi: Nicola Matthews, James Felkerson, $29,000,000,000,000: A Detailed Look at the Fed’s Bail-out by Funding Facility and Recipient, University of Missouri-Kansas City,
6 - Vedi: http://www.shadowstats.com/alternate_data/unemployment-charts
7 - Vedi: http://www.shadowstats.com/alternate_data/inflation-charts
8 - Vedi: http://www.shadowstats.com/alternate_data/gross-domestic-product-charts
9 - Vedi: http://www.shadowstats.com/article/no-401-underlying-economic-reality-october-housing-starts
10 - Dare a ciascuno il suo, è derivato da Ulpiano nel Digesta, la raccolta giurisprudenziale voluta dall’imperatore Giustiniano: Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere. I precetti della giustizia sono questi: vivere onestamente, non danneggiare altri, dare a ciascuno il suo.
11 - 1 Corinzi, 13.

lunedì 7 giugno 2010

Tizzi e fiamme!

"Io sono un dichiarato, un aperto, un irriducibile nemico della civiltà moderna. Questa sozza baldracca turpiloquente, vestita d'oro e ripiena di vermi, dov'ha toccato ha appestato. Essa ha innalzato i meccanici al di sopra dei poeti, i banchieri al di sopra de'santi, il diavolo al di sopra di Dio".

Domenico Giuliotti, in "Tizzi e fiamme".

Aforismi: democrazia

Democrazia: non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto.
(Pascal)

La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato.
(Winston Churchill)

La démocratie, qui semble être la règle du monde moderne, et qui n'en est que la punition.
(Jules Barbey d'Aurevilly)

venerdì 14 maggio 2010

Venti caldi da est: Missili hi-tech made in Cina minacciano le portaerei americane

da ilsole24ore del 13 maggio 2010
di Gianandrea Gaiani

Il confronto strategico tra Stati Uniti e Cina si combatte anche sul fronte tecnologico. E lo sviluppo di una nuova arma da parte di Pechino rischia, potenzialmente, di ridurre o addirittura cancellare la leadership delle portaerei americane. Leadership che si è imposta dalle fasi finali della Seconda guerra mondiale come sistema d'arma chiave per il dominio globale. §

Allarme al Pentagono. A ufficializzare l'esistenza della nuova minaccia "made in China" è stato il 23 marzo scorso l'ammiraglio Robert Willard, comandante della Flotta del Pacifico che al Congresso ha espresso preoccupazioni per il fatto che la Cina stia «sviluppando e sperimentando un missile balistico autoguidato di medio raggio a testa convenzionale ASBM (Anti Ship Ballistic Missile), destinato specificatamente a colpire le portaerei americane».

Raggio d'azione di 2mila chilometri. Si tratterebbe della versione D del missile balistico Dong Feng - 21 dotato di un raggio d'azione di circa 2 mila chilometri, sufficiente a coprire il Mar della Cina Meridionale e l'area marittima che potrebbe teoricamente divenire teatro di un confronto militare tra Washington e Pechino, specie in caso di conflitto per il controllo di Taiwan.

La flotta Usa nell'Asia-Pacifico. Le portaerei statunitensi hanno finora rappresentato il deterrente strategico più importante contro le minacce cinesi a Taipei e l'allargamento dell'area marittima controllata dalla Cina che negli ultimi ha trasformato la sua forza navale da costiera in oceanica. Sempre più spesso gruppi navali cinesi si spingono a ridosso delle coste giapponesi e fino all'Oceano Indiano, utilizzando le basi concesse dalla Birmania, mentre la nuova base di sottomarini realizzata nell'isola di Hainan (monitorata a distanza da navi spia americane) ha scatenato una corsa al riarmo navale in tutti i Paesi del sud-est asiatico.

Pechino pensa alle portaerei. La Cina prevede in futuro di dotarsi di portaerei e sta studiando da anni una nave di questo tipo acquistata in Russia (la Varyag). Ma ancora per molti anni Pechino non sarà in grado di contrastare sul mare la supremazia statunitense incentrata su 11 portaerei da quasi 100 mila tonnellate, cinque delle quali schierate nel Pacifico. Per questo lo sviluppo di missili balistici anti-nave, dotati di testate convenzionali ad alto esplosivo al posto di quelle nucleari, rischia di compromettere gli attuali equilibri e, in prospettiva, di ridimensionare il peso delle portaerei.

Alta tecnologia cinese. Secondo Andrea Tani, che ha curato un report su questo tema per il web-magazine Analisi Difesa i cinesi avrebbero installato sui missili Dong Feng D un sistema di autoguida terminale necessaria per colpire bersagli in movimento come le portaerei la cui localizzazione verrebbe garantita da radar costieri a lunga portata già presenti sulle coste cinesi e dai satelliti da osservazione. «Oggi ce ne sono 38 e diventeranno 65 nel 2014, 11 dei quali dedicati al ruolo navale. Il 5 marzo sono stati lanciati dal poligono di Jiuquan tre satelliti Yaogan IX, collegati direttamente al programma ASBM, che sembrano una fotocopia degli statunitensi White Cloud NOSS (e forse lo sono veramente). Orbitano in formazione e sono dotati di radar ad apertura sintetica e sensori infrarosso per scoprire le navi, nonché apparati elettronici per intercettare ed analizzare le loro emissioni affinando i dati di localizzazione» scrive Tani.

Missili velocissimi. L'elevata velocità (fino a 8 volte quella del suono) renderebbe difficile l'intercettazione di queste armi da parte dei sistemi antiaerei e antimissile delle portaerei e della loro scorta e il lancio di un gran numero di ordigni potrebbe saturare i sistemi di difesa. In un contesto reale una portaerei colpita da uno o più missili balistici potrebbe anche non affondare ma certo perderebbe ogni capacità di combattere. Arduo per ora valutare la reale operatività e capacità degli ASBM ma la notizia del loro sviluppo è bastata a enfatizzare ulteriormente la sfida strategica portata da Pechino e la percezione delle crescenti difficoltà di Washington a mantenere la supremazia militare globale. Per non parlare del rischio che questa tecnologia si diffonda presso altri stati dotati di missili balistici come Iran e Corea del Nord.

L'oro della Patria, quelle riserve contese (TPD nel 7 agosto 2007)

ilsole24ore del 7 agosto 2007
di Rossella Bocciarelli


Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha chiarito il suo pensiero in un'intervista alla Stampa: le riserve, auree e non, sono un patrimonio nazionale; l'uso delle eccedenze a calo del debito è già stato deciso in altri Paesi; dunque, entro i limiti del rispetto dell'autonomia della Banca centrale, «Governo e Parlamento hanno pieno titolo a occuparsi di queste tematiche».
In pratica, dopo la risoluzione di maggioranza alla Camera sul Dpef, Padoa-Schioppa ha mandato un messaggio al Governatore della Banca d'Italia: questo tema, pur con le dovute attenzioni istituzionali, non dev'essere un tabù; anche perché, alla fin fine, l'oro è degli italiani. E se vogliono devolverlo alla Patria, debbono poterlo fare. O, almeno, debbono poterne parlare.
Sarà un caso, però, ma è bastato evocarla, quell'immagine dell'oro a sostegno delle pubbliche finanze, che fa venire in mente le fedi nuziali pretese dall'autarchia di fronte alle sanzioni, per far sobbalzare il differenziale Bund-Btp. Già, perchè a un Paese come il nostro, che con il suo 106,5 di debito pubblico in rapporto al Pil (in crescita per il secondo anno consecutivo) gode ancora del poco invidiabile primato di Stato più indebitato del mondo, le sanzioni le applica il mercato.
E così, dalla fine di luglio, il divario fra i titoli di Stato decennali italiani e gli omologhi tedeschi è tornato ad allargarsi verso i 30-35 punti base, nonostante la comune appartenenza dell'Italia e della Germania all'Europa monetaria. Il tutto, nel bel mezzo di un'estate nella quale non è poi che scarseggino i motivi d'inquietudine per la scena finanziaria internazionale. È questo l'elemento che sta generando qualche tensione tra via XX Settembre e via Nazionale. Non gli aspetti formali dei rapporti fra il Principe e il suo Tesoriere, garantiti da un Trattato europeo di rilevanza costituzionale, che Padoa-Schioppa, con il suo lungo curriculum di ex banchiere centrale, conosce praticamente a memoria.
In base a questi aspetti formali, in Italia il diritto di proprietà sulle riserve è della Banca d'Italia, non dello Stato. E viene utilizzato come presidio della stabilità finanziaria in senso ampio (Bankitalia è chiamata anche a fare il prestatore di ultima istanza nei confronti degli intermediari creditizi). Proprio perchè la proprietà della riserve doveva far capo alla banca centrale nel 1998 via Nazionale dovette acquistare le riserve dall'Ufficio italiano cambi, per poter ottemperare ai requisiti di Maastricht. Da quella cessione, poi, l'Uic ottenne degli utili che successivamente furono retrocessi al Tesoro, secondo una strategia concordata.
E qui veniamo a un punto importante. Senza il consenso della Banca d'Italia e della Banca centrale europea, un provvedimento di legge che si limitasse a imporre a Bankitalia la cessione dell'oro violerebbe l'articolo 108 del Trattato, quello in base al quale, per l'appunto, i governi non possono dare "ordini" alle banche centrali. Non è un caso, quindi, che nel 2003 alla richiesta del Governo finlandese di utilizzo delle riserve, la Bce abbia opposto un rifiuto e che la banca centrale di Helsinki, successivamente, quelle riserve non le abbia vendute; così come dopo un progetto del Governo francese si è successivamente arrivati a un netto ridimensionamento del disegno iniziale, limitando la finalizzazione della vendita delle riserve a obiettivi molto specifici e definiti.
C'è infine un altro muro tecnico-giuridico non da poco nel quale si rischierebbe di incappare. Vendere riserve per poi retrocedere gli utili andrebbe ad aumentare a dismisura il credito d'imposta della Banca d'Italia, che è già molto elevato: via Nazionale è infatti ancora in credito con l'Erario per 7 miliardi e 800 milioni, come coda del maxi-swap da 22 miliardi in titoli di Stato del 2002 . Il rischio è che scatti in tal modo un'altra violazione del Trattato europeo: quella dell'articolo 101, che vieta i finanziamenti allo Stato.

Padoa-Schioppa: l'euro è incompatibile con la piena sovranità nazionale (Ft)

da ilsole24ore del 14 maggio 2010
di Elysa Fazzino

Nella battaglia per l'euro, Tommaso Padoa-Schioppa spezza un'altra lancia a favore di una maggiore integrazione europea in un articolo pubblicato sul Financial Times, "L'euro rimane dalla parte giusta della storia". Secondo l'economista, considerato uno dei "padri fondatori" della moneta unica, è sbagliato credere che l'euro e la piena sovranità nazionale siano compatibili: questo credo impedisce all'Europa monetaria di andare fino in fondo con la "necessaria riforma", che comporta trasferimenti di sovranità.

Cittadella sotto assedio - Padoa-Schioppa, che è stato ministro dell'Economia e delle Finanze nel governo Prodi II e membro del board della Bce, usa la metafora della cittadella assediata per spiegare gli attacchi fatti all'euro negli ultimi mesi. L' "esercito" che ha assediato la "cittadella" della valuta europea, argomenta, è convinto che l'area dell'euro non possa mai diventare un'unione politica perché gli europei non lo desiderano e gli stati-nazione non rinunceranno mai al loro potere. Secondo gli aggressori, la cittadella è quindi destinata a capitolare.

I difensori della cittadella sono invece convinti che l'euro possa continuare a funzionare così com'è. "Per anni i capi di governo europei e i banchieri centrali hanno predicato che una moneta senza stato è un'invenzione brillante che può durare per sempre". In questa concezione, che Padoa-Schioppa non condivide, lo stato-nazione resta il solo padrone, il Trattato di Maastricht del 1992 è stato il passo finale nella costruzione dell'edificio europeo, non sono necessari altri trasferimenti di sovranità e l'Unione europea può "fare a meno dei normali strumenti fiscali, finanziari e monetari prescritti da tutti i libri di testo".

Lo stato-nazione, modello superato - I due campi nemici, continua Padoa-Schioppa, hanno però in comune lo stesso credo: che lo stato-nazione continuerà a essere il sovrano assoluto nei suoi confini. E' il modello inventato dal Trattato di Westfalia del 1648.

Ma i due campi "non vedono che viviamo già in un mondo differente, dove il potere politico non può essere monopolizzato da un singolo detentore. Invece, è distribuito su una scala verticale che va dal municipale, al nazionale, al continentale, al globale. Entrambi i campi sembrano ignorare che la storia è un processo dinamico guidato da contraddizioni". In sostanza, la dinamica della storia sta superando il modello della sovranità assoluta dello stato-nazione.

Obiettivi fissati da tre agenzie di rating – Quando è arrivata la crisi, l'esercito anti-euro è avanzato. I "battaglioni" erano migliaia di sale di negoziazione "connesse in un network globale". Gli obiettivi erano fissati "dall'intelligence di tre agenzie di rating".

In questa battaglia, "la cittadella è emersa come vincitrice perché alla fine ha messo da parte esitazioni, pregiudizi e divisioni". Ma, secondo Padoa-Schioppa, in un senso più profondo ha anche perso, perché "ha sbagliato nel credere che l'euro e la piena sovranità nazionale siano compatibili".

La causa sbagliata - L'esercito degli aggressori tornerà alla carica. E' potente, ma "scommette sulla causa sbagliata": il "ritorno al vecchio mondo dei tassi di cambio flessibili, dove ciascun paese si illude di potersi isolare dai vicini e cerca di incoraggiare la crescita con svalutazioni competitive, venendo meno ai debiti quando gli conviene". Questo sistema, secondo Padoa-Schioppa, può solo produrre "miseria economica, conflitto e pericoli per la sicurezza globale".

La cittadella "combatte per la causa giusta", cioè salvare l'Unione monetaria europea, "ma il suo persistente credo, che l'ha tenuta troppo a lungo disarmata, le impedisce tuttora di andare fino in fondo con la necessaria riforma". Quello che è in gioco in questa battaglia, è in fin dei conti, "l'onnipotente stato-nazione", conclude Padoa-Schioppa.

14 maggio 2010

venerdì 8 gennaio 2010

cifre poco citate: il 60% degli immigrati è al nord, 12.5% al sud. Verso soglia 5 milioni

da un articolo di Repubblica dell'8 ottobre 2009:
Nel corso del 2008, il numero degli immigrati presenti in Italia é aumentato del 13,4%, per un totale di 3.891.295 persone al primo gennaio 2009.

gli immigrati rappresentano oggi il 6,5% della popolazione residente; all'inizio del 2008, erano il 5,8%.

Per quanto riguarda la distribuzione sul territorio, oltre il 60% degli immigrati risiede nel Nord Italia; il 25% si trova al Centro e il 12,8% vive nel Sud.

(in un articolo dell'estate, il Sole 24 Ore prevedeva per l'inizio 2010 il superamento della quota di 5 milioni di immigrati regolari)

11 consigli spirituali, dal Ven. Card. John Henry Newman

If you ask me what you are to do in order to be perfect, I say:

1. Do not lie in bed beyond the due time of rising

2. Give your first thoughts to God

3. Make a good visit to the Blessed Sacrament

4. Say the Angelus devoutly

5. Eat and drink to God’s glory

6. Say the Rosary well

7. Be recollected

8. Keep out bad thoughts

9. Make your evening meditation well

10. Examine yourself daily

11. Go to bed in good time

Card. John Henry Newman

giovedì 7 gennaio 2010

Il crimine, con diverse melodie

A Rio de Janeiro



A Napoli

lunedì 21 dicembre 2009

Spaemann

Robert Spaemann su Il cannibale e la libertà

sabato 28 novembre 2009

Come nascono le superstizioni colte

(via piccolozaccheo)

Nel quadro più generale di una “archeologia delle certezze moderne”, non sfigurerebbe un capitolo marginale, dedicato all’analisi critica dei numerosissimi “miti” dell’esegesi storica, e in particolare della divulgazione “scientifica” sul cristianesimo: non per condannare queste ultime – come spesso, frettolosamente, si fa – quanto piuttosto per relativizzare tutte quelle ipotesi storiografiche che, in ossequio alla celeberrima legge di C.S. Lewis (*), vengono spacciate dai mezzi di informazione come verità acquisite e indiscutibili, o assurte a luogo comune a tal punto da ingenerare fraintendimenti e distorsioni di ogni genere (alcuni esempi: la discontinuità fra Gesù e Paolo, la precoce ellenizzazione del cristianesimo, la svolta costantiniana, la data del Natale desunta da festività mitraiche, i vari “oscurantismi” medievali, la natura repressiva della cosiddetta Controriforma, etc. etc. etc.).

D’altronde, non risulta sempre così facile rintracciare l’origine di certe superstizioni cólte, proprio per la loro diffusione capillare. Un tentativo ben riuscito, in questa direzione, si trova in un libro che mi è capitato fra le mani di recente: Inventing the Flat Earth. Columbus and Modern Historians, di Jeffrey B. Russell (New York, 1991).

L’autore cerca di ricostruire la storia del pregiudizio per cui la gente, prima del viaggio di Cristoforo Colombo, avrebbe vissuto nella convinzione che la Terra fosse piatta. Le origini di questo colossale pregiudizio storico, tuttora diffussissimo, vengono individuate in un fortunato ritratto biografico di Colombo, scritto dall’americano Washington Irving (l’autore di Rip Van Winckle), nel 1828. Il romanzo di Irving godette di enorme successo per tutto l’Ottocento, soprattutto in concomitanza con l’espansione delle prime teorie evoluzioniste (testa di ponte, all’epoca, del colonialismo e dell’imperialismo w.a.s.p.).

Qualunque storico serio, già allora, avrebbe tuttavia potuto obiettare, senza particolari difficoltà, che la sfericità della Terra venne data per scontata sin dall’epoca antica, e per tutto il Medioevo:

From the fourth century before Christ almost all the Greek pilosophers maintained the sphericity of the earth; the Romans adopted the Greek spherical views; and the Christians fathers and early medieval writers, with few exceptions, agreed. During the Middle Ages, Christian theology showed little if any tendency to dispute sphericity (op. cit., p. 69).

I cristiani, in questo come in altri casi, si limitarono a proseguire e far proprie le discussioni scientifiche del mondo greco e latino. In epoca tardo-antica, peraltro, si possono segnalare soltanto cinque autori che abbiano messo in discussione la sfericità della Terra: Lattanzio († 345), Teodoro di Mopsuestia († 430), Diodoro di Tarso († 394), Severiano di Gabala († 380 ca.) e Cosma Indicopleuste († 540 ca.). Dei primi tre, precisa Russell, non si ha nemmeno una certezza assoluta (la negazione di Lattanzio, ad es., si ricava da un passo in cui contesta l’esistenza degli “antipodi”); inoltre, dettaglio di non poco conto, soltanto gli ultimi due si appoggiarono a un’interpretazione letteralista di passi scritturistici.

(*) La legge di C.S. Lewis: «Che sciocco sei! Sono i lettori colti quelli che si possono imbrogliare. La vera difficoltà sono gli altri. Quando mai hai conosciuto un operaio che crede a ciò che dicono i giornali? Parte dal presupposto che fan solo propaganda e quindi salta a piè pari agli articoli di fondo. Compra i giornali per i risultati delle partite di calcio e per i trafiletti sulle ragazze che cadono dalla finestra o sui cadaveri che vengono rinvenuti in qualche appartamento… È lui il nostro problema: dobbiamo cambiargli la testa. Ma le persone istruite, quando leggono le riviste intellettuali, non hanno bisogno che gli si cambi la testa. Credono già a tutto» (tratta dal romanzo Quell’orribile forza, 1949, trad. it. Milano 1999, pp. 131-132).

Scendere

"il punto estremo cui è sprofondata la (cosiddetta) cultura occidentale: ci si parla senza ascoltarsi, si ritiene che comunicare sia la reciproca esposizione dei diversi punti di vista (considerati aprioristicamente paritari), evitando accuratamente qualsiasi tentativo di sintesi.
Vorrei scendere, si può?"

(da non so dove)

the fall?



Oublions l'Amérique et son coca-cola
Son président fasciste et son impérialisme
T'as pris tout ce qu'il y avait de bon là-bas en Amérique
Marylin, le rock, la cocaïne et les sodas
Mais moi je veux pas de leurs missiles atomiques
De leurs danses, de leur disco, de leurs putains d'ordinateurs
John Wayne était un faf et chassait les sorcières
Fini le rodéo, la danse du scalp, vive le pogo
Oublions l'Amérique contre les bolchéviks
Fini les bons ricains contre les méchants rouges
Bien sûr il y a la Pologne et puis l'Afghanistan Mais il y a le Vietnam et aussi le Chili
Oublions l'Amérique et son putain de coca-cola
Il n'y a pas que des princes à la CIA
Mais moi je veux pas de leur idéal patriotique
Oublions l'Amérique, Oublions l'Amérique …


(cover dei Wunderbach, dei Nouvelle Vague. abituarsi all'idea?)

martedì 3 novembre 2009

Dal corpo all'anima

La memoria dei defunti
di Carlo Carletti
(Osservatore Romano, 2 novembre 2009)

L'origine della ricorrenza del 2 novembre dedicata alla commemorazione dei defunti si colloca alla fine del primo millennio nell'ambito del monachesimo benedettino cluniacense. È infatti nell'anno 998, che Odilone di Mercoeur, quinto abate di Cluny (circa 961 - 1049), dispone l'inserimento nel calendario liturgico cluniacense di una commemorazione per i defunti "di tutto il mondo e di tutti i tempi" da celebrarsi il secondo giorno del mese di novembre: "Si decreta dal nostro padre Odilone, su richiesta e con il consenso di tutti i confratelli cluniacensi, che come in tutte le chiese di Dio di tutto il mondo si celebra la festa di Ognissanti nel primo giorno di Novembre, così presso di noi sia celebrata solennemente la commemorazione di tutti i defunti in questo modo: nel giorno di Ognissanti, dopo il capitolo, il decano e il cellerario faranno una elemosina di pane e vino a tutti i poveri che si presenteranno, come nella cena del Signore; (...) nello stesso giorno dopo i vespri si suoneranno tutte le campane e si celebrerà l'officio dei morti; la messa mattutina (quella del 2 novembre) sarà officiata solennemente e con il suono delle campane; saranno celebrate messe in privato e pubblicamente per il riposo delle anime di tutti i fedeli e sarà offerto del cibo a dodici poveri (Statutum sancti Odilonis de defunctis, pl, 142, colonne 1037-1038). L'estensione all'intera Chiesa di questa commemorazione sembra potersi rintracciare per la prima volta nell'Ordo Romanus del XIV secolo, dove il giorno del 2 novembre è indicato come anniversarium omnium animarum (Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, p. 85).
Nell'antichità - sia tra i pagani sia tra i cristiani - la commemorazione dei defunti seguiva coordinate temporali diverse, circoscritte all'ambito privato e per lo più domestico. Il calendario era mobile, perché corrispondente all'anniversario dei singoli defunti, che per i pagani era il giorno della nascita (dies natalis) per i cristiani quello della morte, anch'esso definito dies natalis, ma inteso - con "slittamento semantico" - come nascita alla vita eterna. La celebrazione a Roma dei parentalia, come evento pubblico celebrato tra il 13 e il 21 febbraio, non sostituisce la prassi secolare delle commemorazioni gentilizie e familiari (parentatio), ma sostanzialmente la integra, partecipandola all'intera comunità, in una serie di rituali e pratiche, che prevedevano la visita ai sepolcri - che venivano cosparsi di fiori (rosalia, violatio) - e soprattutto la consumazione di un pasto "comune", riservato a parenti e amici del defunto, che si svolgeva il 22 febbraio (caristie).
L'offerta dei fiori e la celebrazione del convito sono espressamente ricordati in un'iscrizione ravennate del III secolo: un collegio funeraticiodona una somma per la celebrazione anniversaria, ma pone la condizione (sub hac condicione) che "ogni anno il sepolcro sia cosparso di rose e che lì (cioè presso il sepolcro) si svolga anche il banchetto: quotannis rosas ad monumentum ei spargant et ibi epulentur (Corpus Inscriptionum Latinarum, xi, 132). A Roma, analogamente, un defunto di nome Caius Turius Lollianus, parlando in prima persona attraverso il suo epitaffio, chiede ai colleghi della sua corporazione (peto vobis collegae), che per il 12 marzo - giorno della sua nascita - siano destinate somme adeguate per la celebrazione: 25 denari per i parentalia, 11 denari e mezzo per l'acquisto delle rose (Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, 9626).
Una vivace e realistica "istantanea" di questi riti funerari è quella che si legge in una iscrizione pagana in versi di Satafis nella Mauretania Caesarensis (odierna Aïn el Kebira in Algeria). È la cronaca di un convito funebre consumato per onorare la memoria di una cara congiunta, Aelia Secundula, la mamma della dedicante ufficiale dell'iscrizione, Statulenia Giulia (Corpus Inscriptionum Latinarum, viii, 20277): "In memoria di Elia Secundula. Noi tutti abbiamo già provveduto a disporre quanto necessario al rituale funerario sull'altare della madre Secundula qui deposta. Abbiamo provveduto ad apparecchiare la mensa di pietra, intorno alla quale ricordare le sue numerose opere virtuose, mentre vengono apprestati e offerti cibi e calici e coperte per imbandire la mensa, affinché possa essere sanata la crudele ferita che ci lacera il cuore quando a tarda ora riprendiamo volentieri ricordi e lodi della buona e pia madre, la dolce vecchietta. Visse settantacinque anni. Nell'anno duecentosessantesimo della provincia fece Statulenia Giulia". Questo convito, strettamente domestico - come anche indicato dalla dedica suppletiva "i figli alla dolce madre" che si ricava dalla lettura sequenziale delle lettere iniziali (acrostico) e finali (telestico) di ciascun rigo - si svolge nell'anno duecentosessantesimo dell'era locale della Mauretania (che inizia nel 39 dell'era cristiana), corrispondente all'anno consolare 299. È ovvio immaginare che intorno alla tavola vi fossero le klinai ("letti tricliniari") sulle quali si disponevano semisdraiati i commensali, i quali fino a tarda ora si trattengono nel rievocare le virtù della "vecchietta" (vetula) e gli eventi che ne contrassegnarono la vita: in qua magna eius memorantes plurima facta (...) libenter fabulas dum sera reddimus hora / castae matri bonae laudesque.
Per l'iscrizione di Aelia Secundula è quasi d'obbligo il confronto con un mosaico funerario iscritto su una mensa, inserita al centro di un letto tricliniare nella consueta forma lunata (sigma): l'impianto fu realizzato verso la fine del IV secolo nella vasta area cimiteriale di Matarès prossima alla città di Timgad (Mauretania Caesarensis, Algeria). Sullo sfondo dell'epigrafe - in sintonia con la funzionalità di un impianto destinato ai banchetti - è rappresentato una variegata e realistica "campionatura" di fauna marina più che appetibile: vi si distinguono agevolmente uno sciarrano, un pagello, una sardina, una aragosta, una cernia. L'iscrizione mentre ripropone la realtà di un banchetto funerario, qualifica in termini inequivocabili l'identità dei committenti nella formula iniziale: in Chr(isto) Deo, pax et concordia sit convivio nostro: "In (nome) di Cristo Dio regni nel nostro banchetto pace e concordia" (L'Année épigraphique, 1979, n. 682).
La concordia e la pax evocate nel mosaico di Timgad richiamano immediatamente uno straordinario (anche per l'eccezionale stato di conservazione) complesso figurativo-epigrafico del cimitero romano dei santi Marcellino e Pietro sulla via Labicana. Si tratta di scritte tracciate a pennello che accompagnano e "danno la parola" a una serie di personaggi rappresentati mentre banchettano, si direbbe, in composta allegria: i convitati, solo uomini, semisdraiati sui letti tricliniari, richiedono "il bere" alle ancelle (solo donne), chiamandole sempre con i nomi di Irene e Agape: Agape misce nobis ("Agape versaci da bere"), Irene por(ri)ge calda ("Agape dammi [acqua] calda" (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, vi 15942-1594). La ricorrenza per ben dodici volte dei medesimi nomi (Agape e Irene) induce legittimamente a supporre che questi forme onomastiche - peraltro diffusissime nella tarda antichità - rivestano la doppia funzione di designare, seppur genericamente, le inservienti e nel contempo evocare i concetti espressi nelle due forme onomastiche, vale a dire "pace" e "carità". I commensali si rivolgono alle ancelle con espressioni tipicamente conviviali che, seppure ellittiche, consentono di decifrare tipo e qualità della bevanda consumata: la menzione dell'aggettivo sostantivato "calda" (sincope per calidam) traduce esattamente la prassi abituale dei romani che bevevano vino stemperato con acqua calda o fredda: una miscela, che nel linguaggio comune veniva appunto denominata mixtio, come indica ad esempio un graffito pompeiano (Corpus Inscriptionum Latinarum, iv, 1292) e, ancor più dettagliatamente, la dedica di un collegium fabrorum che, in occasione del giorno della nascita dell'imperatore Adriano, provvede alla distribuzione gratuita di pane e vino (le sportulae) e al relativo servizio: panem et vinum et caldam praestari placuit (Corpus Inscriptionum Latinarum, vi, 33885). In età romana il vino puro (merum), se non miscelato con acqua calda o fredda e talvolta con miele (mulsum), era praticamente imbevibile, perché denso, amaro, eccessivamente alcolico.
Le coppie lessicali-onomastiche concordia-pax e Agape-Irene sono ambedue funzionali a evocare, a Timgad come a Roma, l'atmosfera che presiedeva o doveva presiedere allo svolgimento di un convito funerario; ma a Roma non passa inosservata la presenza del termine identitario agape (caritas) in luogo di concordia, meno ideologicamente connotato. Non è allora pura casualità che nelle iscrizioni funerarie di Roma, accanto alle normative e diffusissime in pace / en eirene, si leggano le acclamazioni greche èis agàpen, en agàpe, metà agàpes nonché il calco latino in agape (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, i 2976; vi, 15869; iv, 12185; i, 3025, 3426, 3781; iv, 12469; v, 14282) e che nell'onomastica di Roma si osservi una notevolissima diffusione dei nomi Irene e Agape (tecnicamente si tratta di cognomina): il primo largamente impiegato fin dal I secolo anche in ambiente pagano, il secondo pressoché esclusivo dei cristiani; l'uno e l'altro (e soprattutto Irene) particolarmente diffusi in ambiente servile e libertino (Die Griechischen Personennamen in Rom. Ein Namenbuch, I-III, von Heikki Solin, Berlin - New York, 2003², pp. 458-463, 1277-1278).
Queste testimonianze sono solo una esemplificazione di un fenomeno di enorme portata che soprattutto tra i secoli iii e vi si manifesta in tutta l'area mediterranea, con una documentazione rilevante che si estende dalle testimonianze archeologiche a quelle epigrafiche e figurative. L'epicentro di queste pratiche funerarie si localizza soprattutto in Africa donde - come sembra - si estende rapidamente a tutta l'area del Mediterraneo con particolare incidenza in Spagna (Cartagena, Italica, Tarragona), a Malta, in Sardegna (Cornus e Turris Libisonis), a Roma (nelle catacombe e nel sepolcreto dell'Isola Sacra).
Una lettura storico-culturale di questo fenomeno epocale fa emergere una inscindibile interrelazione tra la commemorazione privata del dies mortis e la relativa pratica del banchetto funerario. Due momenti - tra loro complementari - di un evento commemorativo periodico, definito e regolato in codici rituali che, nel corso della tarda antichità e particolarmente nel bacino mediterraneo occidentale, è condivisa e praticata sia dalla componente pagana sia da quella cristiana della società tardoantica. Il terreno su cui si sviluppa e dal quale prende alimento non è quello di uno specifico "religioso", ma piuttosto quello della "memoria condivisa", in cui si sedimentano i vincoli familiare e sociali, trasversali alle diverse identità. C'è al fondo - per dirla con Gabriel Sanders - quella "sincronia dei discorsi sulla morte", il cui ingrediente qualificante e coesivo è il rifiuto istintivo che la vita oppone all'irruzione, sempre umanamente traumatica, dell'evento ultimo.
Ma queste pratiche non perdurano all'infinito: alla fine della tarda antichità vengono progressivamente abbandonate e con l'inizio dell'alto medioevo tendono progressivamente a scomparire o, quantomeno, a modificarsi. Le cause prossime di questo mutamento si possono cogliere in due fattori concomitanti. In primo luogo vi è l'abbandono dei cimiteri suburbani e il rientro dei morti nell'ambito stesso della città, dove le deposizioni di concentrano all'interno stesso delle chiese o in prossimità di esse, creando un'unità inscindibile tra cimitero ed edificio di culto. Ai grandi spazi funerari del suburbio succedono le superfici anguste e comunque definite delle chiese e questo aspetto produce un progressivo mutamento comportamentale nel rispetto stesso delle sepolture, che sempre più frequentemente vengono manomesse e riutilizzate; anche l'uso dell'iscrizione funeraria si riduce sensibilmente e finisce per essere monopolizzata dalle élites cittadine laiche ed ecclesiastiche, che talvolta manifestano la preoccupazione per la intangibilità delle loro sepoltura lanciando terribili minacce verso i potenziali violatori. In secondo luogo c'è un progressivo cambiamento di mentalità, una più consapevole percezione del mistero della morte, già sollecitata da figure di spicco come Agostino e Gregorio Magno: la sollicitas verso i defunti si sposta progressivamente dal sepolcro, dal corpo corruttibile e si volge verso l'anima.
Agostino indica proprio nella sua Africa il luogo dove, in occasione dei rituali funerari, più che altrove si manifestavano eccessi incompatibili con l'identità vocazionale dei cristiani: "Se l'Africa per prima cercasse di eliminare siffatti disordini (cioè le ubriachezze e le dissolutezze dei conviti), meriterebbe di essere degna di imitazione da parte di tutti gli altri Paesi: e invece noi, mentre nella maggior parte dell'Italia e in tutte o quasi tutte le altre Chiese transmarine essi non esistono (...) come possiamo ancora esitare nel correggere una usanza così abominevole? (Epistolae, 22, 1, 4). La risposta di Agostino è quella, di stringente coerenza, esposta nel De cura pro mortuis gerenda, scritto appositamente per rispondere ai preoccupati quesiti che gli poneva Paolino di Nola circa la liceità e l'utilità delle sepolture ad sanctos: "In definitiva noi pensiamo di poter essere di aiuto ai morti soltanto suffragandoli devotamente con il sacrificio eucaristico, con le preghiere, con le elemosine (...) Riguardo poi alle onoranze del corpo qualunque cosa si faccia, non porta alcun vantaggio alla sua salvezza, ma è un dovere di umanità per quell'affetto naturale per il quale - come diceva Paolo (Efesini, 5, 29) - nessuno ha mai avuto in odio la propria carne" (18, 22). Non diversamente Gregorio Magno insisteva, forse più che sant'Agostino, sul ruolo fondamentale della celebrazione eucaristica. Al suo nome non a caso è collegata la pratica delle "trenta messe" da celebrare per trenta giorni consecutivi e passate alla storia appunto come "messe gregoriane". Origine e motivazioni di questa iniziativa sono raccontate con toni vivaci e immaginifici in un passo dei Dialoghi (4, 57, 14): "Erano ormai passati trenta giorni dalla morte di Giusto (un monaco confratello di Gregorio) e io cominciai ad avere compassione di lui (...) e mi chiedevo se vi fosse qualche mezzo per liberarlo (con allusione al Purgatorio). Allora, chiamato il priore del nostro monastero, Prezioso, accorato gli dissi: da tanto tempo, ormai, quel nostro fratello morto è nel tormento del fuoco. Gli dobbiamo un atto di carità (...) Va', dunque, e da oggi, per trenta giorni consecutivi, abbi cura di offrire per lui il Santo Sacrificio".
Il progressivo prevalere di pratiche specificamente cristiane - preghiera, sacrificio eucaristico, elemosine - apriva nuove prospettive spirituali, mentali e comportamentali ormai diverse rispetto alle consuetudini ancestrali. Soprattutto per iniziativa delle comunità monastiche maturò un nuovo "modello", che poneva la comunità cristiana (e con ruolo prevalente la gerarchia) al centro della commemorazione dei defunti, accanto o addirittura in sostituzione della famiglia: l'Eucaristia, celebrata in occasione dei funerali e degli anniversari della morte, l'evocazione di tutti i defunti nel corso della messa (memento), la distribuzione delle elemosine ai poveri, contribuirono a "spiritualizzare" un culto che per secoli si era mosso tra i confini non sempre definiti del sacro e del profano. Da queste trasformazioni derivano indotti collaterali che avranno fortuna secolare. È intorno alla metà dell'VIII secolo che cominciano a costituirsi le prime forme associative - da cui le confraternite - costituite da vescovi e abati, con lo scopo di assicurare il conforto religioso ai "soci" defunti, con la celebrazione di messe "speciali" e la recitazione del Salterio. Un'associazione di questo tipo è quella, ad esempio, che si costituisce ad Attigny nel 762 per iniziativa di ecclesiastici (vescovi e abati) che accolgono però anche laici: i primi si impegnano a far recitare cento volte il Salterio, celebrare personalmente trenta messe e farne celebrare personalmente altre cento alla morte di ciascun socio; i secondi contribuiscono con donazioni alle diverse comunità religiose rappresentate nell'associazione. Il numero degli aderenti a queste pie confraternite diviene col tempo così alto, che i loro nomi durante le celebrazioni, anziché essere pronunciati, sono tacitamente ricordati deponendo sull'altare i libri memoriales o libri vitae: elenchi di defunti, talvolta lunghissimi, come quello del monastero di Reichnau (chiesa di Niederzell dedicata a Pietro e Paolo) che arrivò nel tempo a contenere oltre quarantamila nomi. Generalmente trascritti su supporti pergamenacei, gli elenchi erano talvolta incisi sulle lastre d'altare (sempre a Reichnau), ovvero sul retro di dittici eburnei tardo antichi, come nel caso della riutilizzazione di un celebre esemplare - prodotto nel V secolo a Costantinopoli - reimpiegato alla fine del VII secolo in Provenza per accogliere anche qui una lunga lista, che si apre con una serie di oltre trecento nomi di vescovi e si chiude con la menzione dei sovrani franchi succedutisi fra il 575 e il 662.
Nella società cristiana altomedievale - acquietati i dibattiti sull'aldilà e sui tempi e i modi della sorte immediata delle anime - si andava ormai imponendo il principio che l'unica morte da temere era quella dell'anima e che dunque solo a essa doveva rivolgersi la sollicitas dei sopravvissuti. In questo nuovo ordine di "idee" l'angoscia per la morte fisica e il timore del giudizio cui era destinata l'anima furono convogliate verso una prospettiva penitenziale, mentre l'"esperienza visibile" della ineluttabile consunzione del corpo si proponeva come elemento di forte impatto per la denuncia e il disprezzo delle realtà mondane e, nel contempo, come motivo di riflessione verso la "conversione".
Gli ammonimenti di sant'Agostino erano ormai penetrati in profondità nella Chiesa occidentale. La grandiosità delle esequie, la pratica delle commemorazioni possono consolare quelli che restano ma non recano alcun vantaggio a quelli che se ne vanno" (magis sunt vivorum solatia, quam subsidia mortuorum). E in questa nuova prospettiva il vescovo di Ippona aveva richiamato la parabola del povero Lazzaro (Luca, 16, 19-22): "se per il ricco vestito di porpora tutta la servitù familiare allestì un funerale splendido agli occhi degli uomini (in cospectu hominum), molto più splendido agli occhi di Dio (sed multo clariores in cospectu Domini) ne fu allestito un altro per quel povero pieno di piaghe da parte degli Angeli, i quali non lo deposero in un mausoleo di marmo, ma lo innalzarono nel seno di Abramo" (De cura, 2, 4).

domenica 25 ottobre 2009

Il Pil non è tutto uguale per cicale e formiche(dal Sole 24 Ore)

di Marco Fortis

In tempi di generale disorientamento come questi è necessario recuperare quella visione prospettica che era una caratteristica dell'approccio degli economisti storico-teorici come Simon Kuznets, che teorizzavano i "movimenti secolari", o di grandi personalità del pensiero economico italiano come Giorgio Fuà, che ha analizzato i cicli dell'Italia tracciandone una precisa stilizzazione di lungo periodo. E vale la pena chiedersi: fino a che punto nell'ultimo quindicennio un modello squilibrato, basato sull'aumento al di fuori di ogni controllo della finanza, dell'immobiliare e dell'indebitamento del settore privato, ha marcato la differenza di crescita economica tra i "paesi cicala", Usa, Gran Bretagna e Spagna, da un lato, e i "paesi formica", Francia, Germania e Italia, dall'altro, che hanno continuato a svilupparsi soprattutto facendo leva sull'economia reale? E adesso che, scoppiata la crisi, per i paesi cicala si prospetta anche una difficoltosa exit strategy dal nuovo debito pubblico creato per sanare i debiti privati, come cambierà il giudizio della storia su di essi? Inoltre, c'è stato realmente negli ultimi anni, alla luce della nostra mancata "bolla" immobiliare e finanziaria, quel "declino" dell'Italia che per molti è diventato quasi una verità di fede?
Se guardiamo alle statistiche di lungo periodo sulla crescita del Pil pro capite ricostruite da Angus Maddison (si veda la tabella a pagina 8), vediamo che nel 1950-1973 il Giappone è stato il paese con il più forte sviluppo assieme alla Germania, ma sono cresciute molto anche Italia e Spagna in un tipico processo di convergenza, mentre Usa e Regno Unito sono stati i fanalini di coda. Questi ultimi due paesi sono cresciuti poco anche tra il 1973 e il 1995, mentre sono stati ancora Italia, Spagna e Giappone ad avere i tassi di sviluppo più forti anche se con una decelerazione verso fine periodo.
Nel secondo dopoguerra il miracolo tanto esaltato dei paesi anglosassoni è dunque risultato circoscritto esclusivamente al 1995-2006: infatti, in questo periodo Usa e Regno Unito accelerano, mentre la Spagna cresce persino più che nel 1973-1995.
Merito di tecnologia-terziario avanzato-liberalizzazioni-efficienza della pubblica amministrazione-meritocrazia (fattori virtuosi che anche noi reputiamo come tali) o dei debiti?
All'opposto i paesi formica Germania, Italia e Francia nel 1995-2006 hanno fortemente rallentato. Colpa di un modello di sviluppo superato o perché i tre grandi Paesi dell'Euroarea hanno fatto molti sacrifici per cementare l'euro e pochi debiti?
La risposta va cercata in buona parte nella contabilità poco conosciuta del debito "aggregato": aspetto cruciale di cui proponiamo una contabilità nuova, coerente con lo schema adottato per la definizione del debito del settore privato dalla Banca centrale spagnola. Al debito pubblico rilevato tradizionalmente secondo i criteri di Maastricht, sommiamo il debito del settore non finanziario privato misurato come somma dei prestiti totali erogati a famiglie, enti non profit e imprese più lo stock di titoli diversi dalle azioni emessi da enti e imprese.
Come appare dalla tabella qui sopra, nel 1995 il debito "aggregato" più elevato in percentuale del Pil tra i cinque maggiori Paesi Ue e gli Usa era quello dell'Italia, che tuttavia sorprendentemente non era di molto superiore a quello di Usa e Uk (come già evidenziato anche da Massimo Mucchetti sul Corriere della sera, sia pure con serie storiche differenti). Su valori più bassi si collocavano Germania, Francia e Spagna. Il nostro tallone d'Achille era il debito pubblico, entità macroeconomica sotto i riflettori di tutto il mondo, mentre americani e inglesi già presentavano valori molto elevati del debito microeconomico delle famiglie, ma ancora non tali da costituire una realtà macroeconomica preoccupante. A quell'epoca si guardava pressoché solo al debito pubblico come cartina di tornasole per capire l'equilibrio finanziario di una nazione, sicché l'Italia era unanimemente additata come la "pecora nera".
È tra il 1995 e il 2007 che avviene il disastro. Infatti, mentre il debito "aggregato" dell'Italia cresce solo di 17 punti di Pil e quello della Germania di 25 punti, il debito aggregato di Usa, Gran Bretagna e Spagna esplode: rispettivamente, di 54, 77 e 120 punti di Pil, sotto l'impulso del settore privato, i cui squilibri da microeconomici diventano macroeconomici. Il debito aggregato del settore non finanziario americano cresce soprattutto per effetto dei debiti delle famiglie, quello degli inglesi e degli spagnoli per l'effetto congiunto del boom dei debiti di famiglie e imprese. In definitiva, tra il 1995 e il 2007 la diversa crescita del Pil pro capite dei paesi "cicala" e "formica" è stata direttamente proporzionale alla crescita del debito aggregato del settore non finanziario.
Ma non è finita. Ora aumenteranno i debiti pubblici dei Paesi cicala che presentano le situazioni finanziarie private più dissestate. Sicché, se facendo un rozzo esercizio previsionale tenessimo invariati i debiti privati del 2007 e considerassimo le previsioni sui debiti pubblici della Commissione europea e del governo Usa, nel 2010 a fronte di un debito aggregato dell'Italia e della Germania pari, rispettivamente, al 223% e al 205% del Pil, il debito aggregato degli Usa salirebbe al 275%, quello della Spagna al 277% e quello della Gran Bretagna al 291%.
Dunque negli ultimi anni l'Italia, pur frenata dalle sue croniche inefficienze, non soltanto ha perso meno quote di mercato nell'export mondiale di manufatti rispetto agli altri maggiori paesi avanzati accrescendo il suo peso nel G-7 (come abbiamo già evidenziato su queste colonne l'11 giugno scorso), ma ha avuto anche una dinamica del Pil pro capite solo apparentemente modesta se depuriamo la crescita altrui dell'effetto debito. Inoltre, il Nord-Centro del nostro paese, dove vive una popolazione circa uguale a quella spagnola, ha tuttora un Pil pro capite a parità di potere d'acquisto di 7.000 euro più alto di quello della Spagna.
Questa crisi ha ancora molto da insegnare, soprattutto in una prospettiva storica. Ammesso che si abbia realmente voglia di imparare dalla storia.

05 luglio 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

Aveva già detto tutto.

La stampa quotidiana e il telegrafo, che dissemina le sue elucubrazioni in un batter d’occhio su tutta la superficie della terra, fabbrica più miti – e il bovino borghese li crede e li propaga – in una giornata di quanti se ne potessero diffondere in un secolo nell’antichità.

(Karl Marx)

lunedì 12 ottobre 2009

A Mooreish solution

It's not surprising that Michael Moore is a committed Catholic – the social teaching of the church reflects his views pretty closely

The Guardian, 12/10/09

The clip has become a hit on YouTube. In a discussion about Michael Moore's new documentary, Capitalism: A Love Story, Sean Hannity, a stupendously rightwing host on Fox News, invites the leftwing documentary-maker to classify himself as an "unapologetic socialist".

"Christian", Moore corrects him.

Taken aback, Hannity protests that he is too.

"I believe in what Jesus said", says Moore.

"So do I", Hannity quickly replies.

Moore then narrows it down. "You're a Catholic?"

"I'm a Catholic", agrees Hannity.

And yes, they both go to Mass each Sunday – which is no great surprise, this being America, and both men of Irish extraction. But when Moore asks Hannity to identify last week's gospel, Hannity is clearly shaken, and mumbles about having arrived at church late.

The gospel, it turns out, was about it being harder for a rich man to enter heaven than a camel to pass through the eye of a needle.

In his new film Moore is firing some deadly shells into the heart of rightwing America by contesting the assumption that God is on the side of capitalism. In his broadside against free-market dogma and corporate greed, he harnesses two Catholic priests and a retired auxiliary bishop in his crusade, which focuses on the role of General Motors' management in the decline of his hometown of Flint, Michigan. The ironically named Capitalism: A Love Story chronicles the effects of economic dysfunction on vulnerable individuals and their families – what happens when profit is put before people, and individuals are treated as commodities.

Moore the anti-capitalist enragé gets his indignation, it turns out, not from an alienated youth buried in Gramsci, but from the nuns who taught him at school. And where did they get it? From Catholic teaching, of course – specifically the great social encyclicals of the popes from the late 19th century onwards, which are as bitter in their criticism of unbridled markets as they are in denouncing the response to it of state socialism.

Moore's fury is straight out of Pope Leo XIII's 1891 encyclical, Rerum Novarum, which deplored the way a large mass of people were kept in conditions "little better than slavery itself" by a minority of wealthy capitalists. Pope Leo laid out the solutions: just wages (based on the need of the worker, not the lowest the market could bear), the duty of the state to intervene to correct abuses, the spread of private property to the propertyless, and the right to form trade unions and negotiate decent wages. Rerum Novarum was heavily influenced by the speeches of a British cardinal, Edward Manning, who declared that "if the hours of labour have no other object but the gain of the employer, no working man can live a life worthy of a dignified human being".

What the popes, like Moore, have deplored is the belief that market forces should be left to themselves – an idea, of course, promoted by those who have most benefitted from lack of regulation. Pope Pius XI in Quadragesimo Anno – written in 1931, in the wake of the Wall St crash – deplores the belief that "the free play of rugged competition" could in some way lead to the proper ordering of the economy: "from this source as from a polluted spring have proceeded all the errors of the 'individualist' school", he warned. More recently, Pope John Paul II in 1991 deplored a "radical capitalistic ideology" which is fails to consider the impact of marginalisation and exploitation, and which "blindly entrusts their solution to the free development of market forces".

Catholicism is not opposed to capitalism per se, but to the way in which, left to itself, the market commodifies and alienates human beings; and it especially opposes the ideology which makes of the market a kind of god and a human being merely a factor of production and consumption.

What Catholic social teaching advances is not socialism, for it resists the idea that the state should have a monopoly of capitalism, but a vigorous civil society which can act as a check on both state and market. In recent centuries, when capitalism mugged Christianity, charity has been too often portrayed as religious Republicans in the US too often see it – giving to good causes, but never questioning the system itself or its beneficiaries. But that is not how it was in the early centuries of the church, when bishops lambasted their rich neighbours for hoarding grain to increase prices while farmers and their families wept from hunger.

When Michael Moore tells Hannity the meaning of the gospel that the host couldn't recall – that "we'll be judged according to how we treat the least among us" – he was echoing a long Christian tradition, stretching back through the early church to Jesus' words to his disciples in Matthew 25. If we ignore the impact of our actions on the vulnerable – and that includes collateralised debt obligations and high-interest credit actions – it will not be enough to proclaim that the market will in turn right itself. As Bishop Basil put it in 368, "Wipe out the oppressive contract of usury ... You and all your wealth will share one death." It's vicious, radical, simplistic stuff – and quite Mooreish.

domenica 4 ottobre 2009

4 ottobre, Francesco, patrono d'Italia. Ottone chi?




Dalla Vita Prima di fra Tommaso da Celano (§ 43)


Passando un giorno per quelle contrade con grande pompa e clamore l'imperatore Ottone, che si recava a ricevere «la corona della terra», il santissimo padre non volle neppure uscire dal suo tugurio, che era vicino alla via di transito, né permise che i suoi vi andassero, eccetto uno il quale doveva annunciare con fermezza all'imperatore che quella sua gloria sarebbe durata ben poco.
Siccome il glorioso Santo aveva la sua dimora nell'intimo del cuore, dove preparava una degna abitazione a Dio, il mondo esteriore con il suo strepito non poteva mai distrarlo, né alcuna voce interrompere la grande opera a cui era intento. Si sentiva investito dall'autorità apostolica, e perciò ricusava fermamente di adulare re e principi.


da Cantuale Antonianum

martedì 29 settembre 2009

Menzogna afgana

di Massimo Fini - 28/09/2009


Dobbiamo piantarla con la menzogna che siamo in Afghanistan, oltre che per portarvi una democrazia di cui a quella gente non importa nulla, per combattere il terrorismo internazionale.

Gli afgani non sono mai stati terroristi, tantomeno internazionali. Non c'erano afgani nei commandos che abbatterono le Torri Gemelle, non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda scoperte dopo l'11 settembre. C'erano arabi sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani. Nei dieci anni di durissimo conflitto contro l'invasore sovietico gli afgani non si resero responsabili di un solo atto terroristico, tantomeno kamikaze, né dentro né fuori dal loro Paese, e se dal 2006 si sono decisi a ricorrere anche a quest'arma all'interno di una guerra di guerriglia è perché si trovano di fronte ad un nemico quasi invisibile che usa prevalentemente bombardieri, possibilmente Dardo e Predator, aerei senza pilota ma armati di missili, telecomandati da Nellis nel Nevada. Del resto non si può gabellare una lotta di resistenza che dura da otto anni, con l'evidente appoggio di gran parte della popolazione senza il quale non potrebbe esistere, per terrorismo. Gli stessi Pentagono e Cia, nei loro documenti, chiamano i guerriglieri "insurgents", insorti. Solo il ministro La Russa usa ancora il termine "terroristi".

In Afghanistan all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle c'era Bin Laden. Ma i Talebani, preso il potere, se l'erano trovati in casa e, dopo gli attentati in Kenia e Tanzania, era diventato un problema anche per loro. Tanto che quando Clinton nel 1998, attraverso contatti discreti, propose al Mullah Omar di uccidere lo sceicco saudita il leader talebano si mostrò disponibile. Inviò a Washington il suo braccio destro, Ahmed Wakij, che incontrò il presidente americano due volte, il 28 novembre e il 18 dicembre. Wakij propose due alternative: o gli americani fornivano ai Talebani alcuni missili per colpire lo sceicco oppure sarebbero stati i Talebani a dare agli Usa le coordinate esatte del luogo dove si trova Osama in modo che potessero centrarlo a colpo scuro. Ma nell'un caso e nell'altro la responsabilità dell'attentato dovevano assumersela gli americani perché Bin Laden in Afghanistan aveva costruito ospedali, strade, ponti, godeva di una grande popolarità presso la popolazione e il governo talebano non poteva assumersi la paternità del suo assassinio. Stranamente Clinton declinò l'offerta (Documento del Dipartimento di Stato, agosto 2005).
In ogni caso Bin Laden è scomparso dalla scena da anni. Si dice allora che, Bin Laden o no, l'Afghanistan è tuttora la culla del terrorismo quaedista, cioè arabo. La Cia ha calcolato che fra i circa 50 mila "insurgents" ci sono 386 stranieri. Ma sono uzbeki, ceceni, turchi. Non arabi. E poi che interesse avrebbero i terroristi internazionali a far base in un Paese presidiato da 110 mila soldati Nato, quando potrebbero stare nello Yemen, dove c'è un governo che li protegge, o mimetizzarsi fra la popolazione in Arabia Saudita, in Giordania, in Egitto per prepararvi in tutta tranquillità i loro eventuali attentati? Al Quaeda, ammesso che esista, è una realtà del tutto marginale in Afghanistan. Ma noi la prendiamo a pretesto per continuare ad occupare quel Paese.
Le altre motivazioni con cui cerchiamo di legittimare la nostra presenza sono: riportare la sicurezza e la stabilità nel Paese, la lotta alla corruzione dilagante, alla disoccupazione, alla droga.

È del tutto evidente che la situazione di insicurezza e di instabilità è provocata proprio dalla presenza delle truppe occidentali perché quel popolo orgoglioso e fiero, che ha cacciato inglesi e sovietici, non tollera occupazioni, comunque motivate.

Stabilità e sicurezza ci sono state nei sei anni del governo talebano. E qui bisogna fare un passo indietro altrimenti non si capisce niente né del fenomeno talebano nè di ciò che accade oggi in Afghanistan. Dopo la sconfitta dei sovietici, i leggendari comandanti che li avevano combattuti, gli Ismail Khan, gli Heckmatyar, i Dostum, i Massud, e i loro sottoposti, in lotta per la conquista del potere, si erano trasformati in bande di taglieggiatori, di assassini, di stupratori che agivano nel più pieno arbitrio. La crescita del movimento talebano fu dovuta a questo. I Talebani, appoggiati dalla popolazione che non ne poteva più di quei soprusi, combatterono e sconfissero i "signori della guerra" e li cacciarono dal Paese riportandovi l'ordine e la legge, sia pure un duro ordine e una dura legge, la shariah. Nell'Afghanistan del Mullah Omar, come mi ha raccontato Gino Strada che vi ha vissuto, si poteva viaggiare tranquilli anche di notte. In quell'Afghanistan non c'era disoccupazione perché il Mullah, sia pur con qualche moderata e mirata concessione all'industrializzazione, aveva mantenuto l'economia di sussistenza. Non c'era corruzione per il semplice motivo che i Talebani facevano impiccare i corrotti. Infine dal 2000 non c'era neppure più traffico d'oppio perché il Mullah aveva troncato la coltivazione del papavero (si veda il diagramma pubblicato dal Corriere il 12/6/2006: nel 2001, anno in cui rileva la decisione presa nel 2000, la produzione di oppio crolla quasi a zero, oggi l'Afghanistan produce il 93% dell'eroina).

E allora cosa dovremmo fare? Sbaraccare e "lasciare che gli afgani sbaglino da soli". E invece restiamo. Le ragioni le spiega, senza pudore, Sergio Romano sul Corriere (19/9): gli Stati Uniti devono salvare la faccia, i Paesi alleati mantenere il loro "prestigio internazionale". E così per la nostra bella faccia continuiamo ad ammazzare uomini, donne, bambini afgani a decine, forse a centinaia di migliaia perché dei morti afgani nessuno tiene il conto quasi che non avessero anche loro, come i nostri "ragazzi", padri, madri, spose, figli. Non sono morti uguali ai nostri. Non appartengono alla "cultura superiore".

"Tutti paiono concordare con Bin Laden oggigiorno": solo Obama non capisce che stiamo perdendo l'Afghanistan

Everyone seems to be agreeing with Bin Laden these days

Only Obama, it seems, fails to get the message that we’re losing Afghanistan


Saturday, 19 September 2009
The Indipendent, Robert Fisk

Obama and Osama are at last participating in the same narrative. For the US president's critics – indeed, for many critics of the West's military occupation of Afghanistan – are beginning to speak in the same language as Obama's (and their) greatest enemy.

There is a growing suspicion in America that Obama has been socked into the heart of the Afghan darkness by ex-Bushie Robert Gates – once more the Secretary of Defence – and by journalist-adored General David Petraeus whose military "surges" appear to be as successful as the Battle of the Bulge in stemming the insurgent tide in Afghanistan as well as in Iraq.

No wonder Osama bin Laden decided to address "the American people" this week. "You are waging a hopeless and losing war," he said in his 9/11 eighth anniversary audiotape. "The time has come to liberate yourselves from fear and the ideological terrorism of neoconservatives and the Israeli lobby." There was no more talk of Obama as a "house Negro" although it was his "weakness", bin Laden contended, that prevented him from closing down the wars in Iraq and Afghanistan. In any event, Muslim fighters wold wear down the US-led coalition in Afghanistan "like we exhausted the Soviet Union for 10 years until it collapsed". Funny, that. It's exactly what bin Laden told me personally in Afghanistan – four years before 9/11 and the start of America's 2001 adventure south of the Amu Darya river.

Almost on cue this week came those in North America who agree with Obama – albeit they would never associate themselves with the Evil One, let alone dare question Israel's cheerleading for the Iraqi war. "I do not believe we can build a democratic state in Afghanistan," announces Dianne Feinstein, the California Democrat who chairs the senate intelligence committee. "I believe it will remain a tribal entity." And Nancy Pelosi, the House Speaker, does not believe "there is a great deal of support for sending more troops to Afghanistan".

Colin Kenny, chair of Canada's senate committee on national security and defence, said this week that "what we hoped to accomplish in Afghanistan has proved to be impossible. We are hurtling towards a Vietnam ending".

Close your eyes and pretend those last words came from the al-Qa'ida cave. Not difficult to believe, is it? Only Obama, it seems, fails to get the message. Afghanistan remains for him the "war of necessity". Send yet more troops, his generals plead. And we are supposed to follow the logic of this nonsense. The Taliban lost in 2001. Then they started winning again. Then we had to preserve Afghan democracy. Then our soldiers had to protect – and die – for a second round of democratic elections. Then they protected – and died – for fraudulent elections. Afghanistan is not Vietnam, Obama assures us. And then the good old German army calls up an air strike – and zaps yet more Afghan civilians.

It is instructive to turn at this moment to the Canadian army, which has in Afghanistan fewer troops than the Brits but who have suffered just as ferociously; their 130th soldier was killed near Kandahar this week. Every three months, the Canadian authorities publish a scorecard on their military "progress" in Afghanistan – a document that is infinitely more honest and detailed than anything put out by the Pentagon or the Ministry of Defence – which proves beyond peradventure (as Enoch Powell would have said) that this is Mission Impossible or, as Toronto's National Post put it in an admirable headline three days' ago, "Operation Sleepwalk". The latest report, revealed this week, proves that Kandahar province is becoming more violent, less stable and less secure – and attacks across the country more frequent – than at any time since the fall of the Taliban in 2001. There was an "exceptionally high" frequency of attacks this spring compared with 2008.

There was a 108 per cent increase in roadside bombs. Afghans are reporting that they are less satisfied with education and employment levels, primarily because of poor or non-existent security. Canada is now concentrating only on the security of Kandahar city, abandoning any real attempt to control the province.

Canada's army will be leaving Afghanistan in 2011, but so far only five of the 50 schools in its school-building project have been completed. Just 28 more are "under construction". But of Kandahar province's existing 364 schools, 180 have been forced to close. Of progress in "democratic governance" in Kandahar, the Canadian report states that the capacity of the Afghan government is "chronically weak and undermined by widespread corruption". Of "reconciliation" – whatever that means these days – "the onset of the summer fighting season and the concentration of politicians and activists for the August elections discouraged expectations of noteworthy initiatives...".

Even the primary aim of polio eradication – Ottawa's most favoured civilian project in Afghanistan – has defeated the Canadian International Development Agency, although this admission is cloaked in truly Blair-like (or Brown-like) mendacity. As the Toronto Star revealed in a serious bit of investigative journalism this week, the aim to "eradicate" polio with the help of UN and World Health Organisation money has been quietly changed to the "prevention of transmission" of polio. Instead of measuring the number of children "immunised" against polio, the target was altered to refer only to the number of children "vaccinated". But of course, children have to be vaccinated several times before they are actually immune.

And what do America's Republican hawks – the subject of bin Laden's latest sermon – now say about the Afghan catastrophe? "More troops will not guarantee success in Afghanistan," failed Republican contender and ex-Vietnam vet John McCain told us this week. "But a failure to send them will be a guarantee of failure." How Osama must have chuckled as this preposterous announcement echoed around al-Qa'ida's dark cave.